Bushido o Budoshu

 

BUSHIDO O BUDOSHU

 

  • O Sensei (il Grande Maestro) Morihei Ueshiba creò l'Aikido moderno (prima con il nome di Aiki-Budo) e fondò l'Aikikai del Giappone, ente morale, unico riconosciuto dallo Stato giapponese per l'insegnamento dell'Aikido e centro mondiale, universalmente riconosciuto per la diffusione dello stesso. Tutto ciò fece il Grande Maestro, non traendo dal nulla l'Aikido con il suo pur illuminato spirito, ma dopo uno studio continuo e laborioso, durato tutta una vita, di tutte le discipline costituenti il Budo (via del guerriero o complesso delle arti marziali giapponesi), con particolare riguardo alle arti della spada (katana o ken), della lancia (yari) e del bastone (bo), nonchè con un costante approfondimento dei metodi orientali di meditazione così da giungere a cogliere la vera essenza spirituale del Bushido (letteralmente « via del guerriero a cavallo » e cioè codice d'onore e d'arme del cavaliere). Spirito questo che può, un poco alla buona, considerarsi come l'equivalente giapponese di quella « gran virtù dei cavalieri antiqui » di cui, già nel 1500, il nostro Ariosto parla, con sommesso, ironico rimpianto, come di cosa ormai dimenticata, e che invece i Giapponesi, per tutto un complesso di fattori storici ed ambientali, che sarebbe qui troppo lungo indagare, hanno saputo tramandare fino ai nostri giorni, servendocela, quasi su di un piatto d'argento, ancora fresca ed intatta, perlomeno nella sostanza. Allo stesso modo che, nel suo campo, Jigoro Kano creò il Judo moderno (e come arte marziale, e precipuamente come sport da diffondere nel mondo) e creò le basi per il sorgere di quel centro mondiale per l'insegnamento di esso che è il Kodokan di Tokyo, non inventando il Judo con improvviso e brillante conato mentale, ma anch'egli attraverso lo studio, pur diuturno ed indefesso di tutte le tecniche delle maggiori scuole di Ju-Jitsu allora esistenti, e attraverso una attenta e travagliata scelta delle migliori tecniche di quelle scuole. In modo diverso, invece, fortunatamente non da molti, sono viste ed inquadrate le cose nel nostro grande ed amato, ma spesso stranamente peculiare Paese, di certo a causa di quella sindrome che potremmo qualificare come « della grandezza dei padri ». Si tratta di alcuni che parteggiano per l'interpretazione estensiva del motto « poeta nascitur, doctus fit », nel senso che, secondo loro, anche dotti si nasce e poeti tanto più si è, anche se si è stati allevati fra le scimmie e non si conosce l'alfabeto e la lingua, in quanto, se « poeta nascitur », il piccolo Tartan saprà esprimere le proprie liriche anche attraverso suoni inarticolati; sempre che, naturalmente, si tratti di un Tartan i  cui genitori erano italiani e quindi discendenti da Dante Alighieri. E dimenticano, invece, quegli interpreti estensivi, la massima del buon senso italico e partenopeo che detta: « nisciuno nasce 'mparato ». Così alcuni, per tornare in argomento, vanno declamando, con tranquilla sicumera, che per l'apprendimento dell'Aikido, qui in Italia, si può del tutto prescindere dall'insegnamento di coloro che sono i veri maestri dell'arte (i quali sono in genere cittadini giapponesi, non per una sorta di loro anacronistica supremazia razziale, ma per il semplice fatto che l'Aikido è ancora ben poco conosciuto) e che invece ci si può tranquillamente avventurare sulla via dell'Aiki per la semplice forza intrinseca del nostro italico spirito marziale, che potrebbe, a loro detta, far rivivere in noi, senza alcun bagaglio tecnico e senza alcun sacrificio fisico e spirituale, la già menzionata « gran virtù dei cavalieri antiqui »; la quale, sempre a loro detta, potrebbe ben surrogare, senza tener conto alcuno di differenze etniche e culturali, il sopra discettato spirito del Bushido, e ciò per sola virtù della atavica discendenza nostra da Orazio Coclite, da Giulio Cesare, da Ettore Fieramosca, nonchè da Pier Capponi. Dalla natura e dalla specie di tale ubriacatura, ci sembra legittimo dedurre che i summenzionati assertori siano incorsi in un comprensibile errore linguistico, laddove al loro inesercitato orecchio occidentale è apparsa unica, foneticamente, la radice « budo » nella parola Bushido (del cui significato già si è discorso) e nella parola budoshu (che significa vino), laddove invece, nella seconda, la fonetica « budo » corrisponde ad ideogrammi totalmente diversi e sta a significare « uva ». Per cui sorge legittimo il sospetto che lo spirito cui essi, con tanta baldanza e fiducia, costantemente si richiamano, non sia altro che lo spirito di vino (budoshu) e cioè alcool etilico. Il che peraltro giustificherebbe anche l'ubriacatura. Il guaio è che, purtroppo o per fortuna, l'arte dell'Aikido, non essendo, checchè ne dicano quei signori, uno sport (come invece il judo) non è sottoposta a quegli obbiettivi collaudi costituiti dai risultati delle gare che, almeno in campo internazionale, danno infine la misura di una scuola. Nè l'Aikido è sottoposto, per ora, qui in occidente, alla critica severa di un pubblico esperto, per cui quei signori sperano, forse in buona fede, di farla franca gabbando budoshu per bushido. Tuttavia noi confidiamo in quella gran dote, che, fra le altre, è ancora rimasta precipua nei nostri concittadini, e cioè il senso critico ed infine il buon senso: perchè qui in Italia (che gli antichi chiamavano Enotria, cioè « terra del vino ») anche il più sprovveduto, pur se ignaro dell'essenza del bushido, saprà sempre fiutare, anche a distanza, l'odore del budoshu.