Fujimoto... le variazioni  


 

FUJIMOTO E LE SUE VARIAZIONI.

 

 

 

  • Nella vulgata comune, l'insegnamento del maestro Fujimoto, oltre che essere "elegante" e"difficile", era conosciuto e percepito come particolare e insolito, e reso tale dal frequente ricorso alle "variazioni".Credo che si tratti, di per sè, di un ennesimo fraintendimento del senso del suo insegnamento, delle ragioni che determinavano quelle modalità di agire, e della complessità e ricchezza del personaggio, la cui grandezza e genialità, mi pare di poter dire, non sia stata appieno compresa dall'aikido italiano, o meglio da parte di esso. Le variazioni che spesso il maestro proponeva, costituite in sostanza dalla introduzione di una serie molto ampia di modalità di esecuzione di una stessa tecnica, sono state spesso percepite alla stregua di capriccio estetico, o al più di stimolo didattico, quasi che si trattasse di uno stratagemma per contrastare la noia.Ma perchè diavolo, nell'eseguire, tanto per dire, aihanmi katatetori ikkyo, Fujimoto usciva una volta a destra, l'altra a sinistra, o certe volte "chiamava" uke e altre entrava, o ancora talvolta faceva un movimento che pareva sconfessare nella variazione successiva?Dall'esterno, questo comportamento poteva apparire qualcosa di "artistico", che non aveva specifiche ragioni se non quella di soddisfare un bisogno di alternanza nell'allenamento.Si tratta, ritengo, di un colossale equivoco, perchè il problema del maestro non era affatto quello di annoiarsi o di "sorprendere" l'allievo.Il problema, evidentemente, è che gli attacchi, e le situazioni nelle quali matura una tecnica sono assai varie, e occorre allenarsi per farvi fronte apportando i necessari adattamenti.Se allora la tecnica che intendo eseguire, appunto, è un ikkyo da presa al polso e stessa guardia, la mia esecuzione dovrà profondamente cambiare a seconda che, per esempio, la presa si consolidi quando tori ha il polso alto, medio o basso.Se mi prende in un modo, per uscire dalla presa e piazzare la tecnica non potrò certo fare esattamente come farei se quelle condizioni fossero totalmente differenti.Se la presa è alta, per esempio, evidentemente il suo gomito sarà già alto, e allora potrò entrare direttamente, piazzando subito la leva.Se però la presa avviene ad esempio molto in basso, mi sarebbe impossibile vincere la forza del suo braccio in estensione,  e allora dovrò necessariamente abbassare ulteriormente uke in modo da sbilanciarlo e potere entrare poi sfruttando il suo sbilanciamento.Ed ecco che nasce "la variazione", per esempio uscendo dalla sua linea di attacco attraverso un tenkan interno, o uno spostamento in apertura laterale.Questa, e non altra, era la ragione per la quale la proposta didattica conosceva molte di queste soluzioni "alternative", e non vi era dietro alcuna particolare esigenza estetica.E' davvero stupefacente, ritengo, che altre "scuole" non conoscano questo approccio, quasi che forze misteriche possano porre rimedio ad una condizione di minorità che la pratica non prende neppure in considerazione, o come se energie para religiose possano determinare il superamento delle leggi stesse della fisica.E' un peccato, e penso che in qualche modo l'etichettamento dell'aikido del maestro nel senso di aikido si bello ma non "realistico", abbia rappresentato un limite nella comprensione della incredibile profondità di quell'insegnamento, della eccezionale "marzialità" di esso, e in generale attesti una certa faciloneria nello studio della disciplina che ha connotato e connota gran parte della platea di praticanti  e di molti insegnanti.L'auspicio, per quanto mi riguarda, è che questo velo di incomprensione venga, con il tempo, superato, e che la grandezza "eccezionalissima" del maestro e del suo lascito possa finalmente e davvero rivelarsi, perchè da tanto non può che derivare un gigantesco e tangibile miglioramento dell'aikido italiano, e di quello della nostra associazione in primis.

 

Giunluca Daniele