Il Pennello di O Sensei 

 

 

  • Come è noto, la calligrafia rispecchia il carattere e lo spirito di chi la esegue. Questo è ancor più vero nello shodó, dove il pennello e l'inchiostro sono in grado di registrare sulla carta di riso, particolarmente assorbente, ogni piccola incertezza, ogni emozione anche profonda dell'autore. Il gesto istantaneo è decisivo e unico poiché non è possibile ripassarlo o ritoccarlo. Ecco alcune impressioni sul pennello di O Sensei.

 

 

 

  • "Usa la spada come fosse un pennello!". Quante volte si è letta o sentita pronunciare dai nostri maestri questa famosa massima. Chi si è applicato a entrambe le discipline sa che il motivo di questa esortazione nasce dal fatto che l'esercizio con il pennello favorisce il controllo del sistema nervoso e potenzia la facoltà di estendere il senso del tatto oltre il limite fisico del proprio corpo. Inoltre, con l'esperienza e la pratica assidua, si può riuscire a percepire chiaramente l'unione con questo speciale e raffinato strumento. Del resto il nostro corpo è anch'esso uno strumento - ripete spesso il maestro Tada - di cui prendersi cura e rendere prezioso come uno Stradivari, per permettere alla Grande Saggezza dell'Universo di esprimersi appropriatamente. Il senso di appagamento che emerge dalla condizione di unione è qui, come per le altre forme d'arte tradizionale, fonte di pura gioia.

 

  • Un alto livello di conoscenza e sensibilità in questa disciplina permette all'osservatore di cogliere, oltre ai segni, la personalità del suo autore. Le calligrafie in stile libero, in particolare, nascono certamente dallo studio ripetuto del gesto a tavolino, ma poi si eseguono sulla carta lasciando che il movimento si liberi dalla tecnica, in un atto naturale che sarà irripetibile anche per lo stesso autore. Una buona esecuzione comporta la massima concentrazione, presenza ed energia, sia essa "esplosa" in grandi e potenti segni, sia essa trattenuta in colpi netti ma più controllati e interni. In tutti i casi quel ritmo e quel respiro del calligrafo rimangono "catturati" dalla carta, espressi dal movimento che quindi entra ed esce dal foglio più volte in funzione del carattere o dei caratteri che vengono scritti. Questo è forse uno degli aspetti più difficili da capire per un occidentale. Si scrive con l'intenzione di prolungare la mano fino alla carta, ma in realtà è tutto il corpo a muoversi a partire dal centro, il cuore/mente/spirito, kokoro.

 

  • Il gesto rimane dunque impresso sul piano orizzontale del foglio, ma si sviluppa nello spazio, e ciò comporta il coinvolgimento di tutto il proprio essere e una fisicità maggiore rispetto a un esercizio di pittura come noi normalmente siamo abituati a intendere. Chi sa vedere bene anche ciò che non è esplicito nei segni neri dell'inchiostro, sa vedere bene tutto il movimento eseguito: la forza, il ritmo, le incertezze, le emozioni, insomma il visibile e l'invisibile, (potremmo dire con parole note ai praticanti del Kinorenma degli ultimi anni), della calligrafia e di chi l'ha tracciata.

 

  • Si deve essere quindi in grado di vedere le linee che il gesto esprime, e che a un certo livello di esperienza siamo invitati a cercare e a seguire anche nella pratica dell'aikidó. Solamente che, con il pennello, i segni del movimento restano. Come tanti maestri di spada, anche O Sensei praticò lo shodò. Per quello che sappiamo si applicò con maggiore costanza a questa forma d'arte solo intorno ai settant'anni grazie a un suo allievo, Seiseki Abe (1915-2011). Ma certamente aveva avuto modo di osservare Onisaburò Deguchi, che fu per diversi anni un punto di riferimento importante nel suo percorso, mentre eseguiva delle calligrafie. In Giappone e in tutto l'estremo Oriente è diffusa la credenza che la persona viva nella propria opera. 0 Sensei realizzava molte calligrafie per ispirare e istruire i suoi allievi. John Stevens, nella biografia su Ueshiba, edita da Luni, riporta che agli allievi più avanzati fosse solito mostrare le scritte con i caratteri

 

  • Aiki Ó kami (Grande spirito di Aiki) e 

 

  • Takemusu Aiki (l'Aiki che sgorga spontaneamente, come l'acqua sgorga dalla sorgente), 

 

  • quasi a indicare loro di andare oltre la forma e di cogliere lo spirito della pratica.

 

  • Si firmava in molti modi: a volte semplicemente Morihei, altre volte Aiki Jinja, cioè Tempio dell'Aiki, altre ancora Take no Kami oppure Morihei, il vecchio compagno di Takemusu Aiki. O Sensei mutava sempre forma, anche sulla carta!

 

  • Avendo la fortuna di frequentare abbastanza assiduamente il maestro Nagayama, anche al di fuori dall'ambito del normale svolgimento delle lezioni, un pomeriggio gli mostrai alcune calligrafie del maestro Ueshiba pubblicate su riviste e libri a lui dedicati. Ricordo che a un certo punto fece quasi un salto indietro di fronte a una delle sue opere, Quanta violenza in questi tratti!", disse con gli occhi spalancati. Continuando a sfogliare comparve davanti a noi la celebre calligrafia di Ò Sensei Ai ki dò ancora oggi esposta nel kamiza della sala più grande dell' Hom-bu dójó.

 

Quando la esegui aveva ormai superato gli ottant'anni e come è stato osservato, con l'avanzare degli anni le sue calligrafie paiono più libere e aperte. Il maestro Nagayama distese il volto e quasi tirò un sospiro di sollievo: "Ahhhh ecco qui - disse illuminandosi - il grande maestro!".