Ki no nagare 


 

  • Nei tempi antichi i guerrieri combattevano sopratutto con la spada. In Giappone i guerrieri, oltre a vari tipi di lancia e di spada, usavano, specie quelli di rango più elevato, la « Katana » ossia una spada affilatissima a lama leggermente ricurva, con il taglio da una sola parte, di modo che sull'altra si potesse esercitare la pressione supplementare della mano ed anche perché una lama a doppio taglio così  affilata  avrebbe  costituito un pericolo anche per colui che l'avesse usata.
  • A quanto ci riferiscono San Francesco Saverio, altri Padri Gèsuiti e qualche raro giornalista inviato in Giappone prima o subito dopo l'apertura Meiji del 1850 d.C., dette lame avevano una particolarità: se usate a regola d'arte, possedevano la capacità di tagliare in due qualsiasi delle più robuste ed affilate lame fabbricate in occidente. E ciò, sia per la  particolare composizione e tempera del metallo, sia per la particolare curvatura del taglio che ne rendeva assai penetrante anche la punta. Il guerriero giapponese, detto in genere « Samurai » o ancor meglio « Bushi» (cioè il guerriero a cavallo, ossia il nobile cavaliere), alla guida delle sue truppe nelle continue lotte che si accendevano tra baroni (Daimyo) o fra i principi fedeli all'Imperatore e lo Shogunato ed ancor prima, nell'aurea epoca imperiale, fra le famiglie aspiranti alla divina dignità e nelle frequenti campagne di conquista o di difesa del patrio suolo, si trovava di frequente in testa al plotone, nel pieno della mischia (« O gran virtù dei cavalieri antiqui » direbbe l'Ariosto) a dover fronteggiare più avversari. Data l'efficenza, sopra descritta, delle lame usate in quei combattimenti, il cavaliere non poteva certo attendere che gli avversari manifestassero concretamente l'attacco il quale, una volta portato a fondo, sarebbe risultato imparabile: un colpo di karaté, sferrato con il braccio o con la gamba può essere parato con il braccio o con la gamba; un colpo d'anca di un lottatore può essere parato dall'avversario, il quale può successivamente « rientrare » con una contro-ancata; un colpo di « katana », invece, può essere parato soltanto prima di essere sferrato o sul nascere, ma, una volta lanciato può solo essere schivato; il che comporta ugualmente che sia stato intuito in anticipo, che altrimenti, per la velocità sua, non sarebbe più possibile evitarlo.
  • Il colpo di spada è come una emissione di energia, come un soffio vitale ovvero come un dardo scagliato da un arco e, dice il Metastasio: « Voce dal sen fuggita più richiamar non vale; Puoi rattener lo strale quando dell'arco uscì? ». 
  • I giapponesi, nella loro lunga storia e nel lungo e pur recente loro medioevo, avevano avuto il tempo di portare l'arma bianca ad una perfezione tale da assimilarne la velocità e l' efficienza quasi a quella dell'arma da fuoco: solo ché in quest'ultima quella che agisce è la potenza della carica, mentre nella prima è l'emissione dì energia vitale dello spadaccino che determina la potenza del colpo. Proprio nella capacità di percezione anticipata di questa energia sul punto di manifestarsi, stava il segreto dei Bushi che riuscivano a contrastare vittoriosamente almeno fino ad otto (per ragioni tecniche di polarità e di direzione) avversari. Più ancora: iniziato il combattimento essi arrivavano a percepire e controllare la corrente dì energia vitale (ki-no-nagare) che si stabiliva fra loro e i più avversari e, seguendo questa corrente, anzi addirittura precedendola, sì rendevano, essi primi, attaccanti dei più soldati che li insidiavano. E ciò in attuazione guerresca del'antichissimo principio fondamentale dello Shin-To che vuole l'unione dell'uomo con lo Spirito (energia vitale) che la natura e tutte le creature informa e protegge.
  • Nell'esercizio che si chiama « taninzugake » (attacco di più avversari), la pratica dell'aikido tende appunto a sviluppare la percezione del ki-no-nagare, in un contesto, privo per nostra fortuna delle micidiali katane, che, al di fuori di ogni ipotesi guerresca, vuole l'unione armonica degli spiriti fra loro e dì essi con lo Spirito del creato. Oltre l'esercizio specifico, per sviluppare tale sensibilità, occorre innanzitutto un corpo allenato che possa in ogni momento seguire gli impulsi mentali; e la buona esecuzione delle tecniche, che altrimenti con la loro rudezza farebbero da freno al fluire dell'energia onde è necessario e consequenziale abbandonare vìa via ogni impulso di aggressività che verrebbe a spezzare la continuità del movimento (trasposizione Hai piano fisico a quello emotivo del princìpio di flessibilità, insito nel concetto di ju-jitsu e di ju-do).
  • Dato tecnico fondamentale è la concentrazione dinamica e respiratoria sul « tanden » e quella visiva sul plesso pineale, onde mantenere costantemente il centro del movimento e della corrente di energia, senza lasciarsene travolgere, ponendosi come l'occhio calmo del ciclone attorno al quale ruotano i venti impetuosi, che ne restano anticipati e quasi determinati nel movimento.
  • A questo punto, per chi può e vuole intenderci trattandosi di opinioni del tutto personali, aggiungeremo che, sul piano spirituale, bisogna tendere a conservare in movimento il cosiddetto « vuoto mentale » (che, così come la suaccennata concentrazione sul « tanden », si sviluppa soprattutto attraverso le pratiche respiratorie del  seiza » e del « gassho » nonché attraverso particolari ginnastiche respiratorie di tipo hata-yoga, pur occorrendo per esso particolari disposizioni psico-fisiche) in modo che, da un lato, ogni situazione si presenti come in una sequenza cinematografica che scorre dinanzi allo sguardo senza soste, dall'altro perché attraverso quel « vuoto » possa liberamente percepirsi e far fluire all'esterno la corrente di energia (secondo il princìpio del « solve » all'interno e « coagula » all'esterno) senza l'ingombro di pensieri negativi di timore o di aggressività o la remora di ombre ristagnanti nei recessi dell'animo. (Si noti in parallelo quanto già accennato in campo tecnico in tema dì impulsi aggressivi e, sempre in parallelo, quanto detto circa l'occhio del ciclone il quale, soltanto quando in esso si fa il vuoto, riesce ad esprimere all'esterno la potenza travolgente della tromba d'aria). Appartiene infine al vero maestro il pieno controllo e la selezione qualitativa circa la natura di quelle energie spirituali riassunte sotto il nome di Ki, per poterle volgere tutte al positivo nell'unione con il grande Ki dell'universo, che, come rugiada, solo può sciogliere e far rispondere il seme aurifero sepolto nel cuore dell'uomo.