Ricordi del Fondatore 


 

I MIEI RICORDI DEL FONDATORE

 

Shoichi KIYOSAWA 

 

  • Anche in tarda età, con la sua barba bianca e vestito con la hakama bianca, O Sensei aveva un ottimo aspetto. Egli era un esempio ideale e l'incarnazione dell'imbattibilità e dell'attitudine spirituale in continuo movimento, ed era di una sensibilità in qualche modo più che umana. Ogni volta che si trovava a Tokyo, non mancava mai la sua visita giornaliera al Dojo. Con un leggero colpetto di tosse, egli entrava come una brezza che fluttua lungo il tappeto, e con occhi sorridenti e penetranti scrutava la stanza; poi, dopo un lieve cenno di saluto, si portava lentamente davanti all'altare Shinto ed iniziava la pratica del Chinon Kishin no Gyo (calmare lo spirito e ritornare alla divinità). Una volta finito, si girava rapidamente verso di noi e iniziava la lezione. I suoi erano insegnamenti tendenti più all'aspetto filosofico dell'arte che non a quello tecnico. Lo ricordo ripetere spesso la frase Ametsuchi no icmigami, Iznnagi, Izanami no Mikoto (gli Dei genitori del Cielo e della Terra, Izanagi e Izanami); e sempre si aveva l'impressione che mentre ci parlava di queste cose, egli si portasse su un altro livello da cui parlava direttamente con gli Dei stessi. All'epoca ero troppo giovane per essere interessato a questi discorsi. Infatti sentivo addosso come un'allergia a tutte le «mitologie», e quindi mi limitavo a star seduto ad ascoltare umilmente con un sentimento per metà impressionato per metà annoiato. Provavo forti dolori alle ginocchia dopo essere stato in seiza così a lungo. Altre volte, invece, egli chiamava un uchideshi e continuava le sue spiegazioni muovendo le mani e il corpo secondo i dettami della tecnica. Istantaneamente i suoi occhi docili e gentili diventavano severi e penetranti, circondati del bianco più puro, ed un kiai squillante e stridente tagliava i nostri corpi. L'emozione e l'intensità del duello per la vita e la morte ci impedivano di assumere una posizione diversa dal seiza. «Come onde che arrivano una dietro l'altra; muovetevi come se scriveste il numero otto».
  • «II Cerchio, il Triangolo, il Quadrato».
  • «Nikyo rimuove le incrostazioni dalle vostre articolazioni».
  • .«Questo non è qualcosa di fondamentale, perciò non importa se lo dimenticate».
  • Di pensieri come questi assimilavo ciò che sentivo essere più significativo per me. Alla fine, questi momenti di austera tensione terminavano, e noi potevamo andarcene dopo una lunga lezione che di solito durava un'ora ma qualche volta, se era ben disposto, un'ora e mezzo. Ripensandoci bene, penso di essere uno di quelli che ora provano la rara ed immensa felicità di aver avuto O Sensei come maestro, e proprio durante il periodo in cui fu al più alto grado di maturità, fisica e spirituale; aveva poco più di settanta anni. Ora mi rendo conto che tutti quei discorsi che all'epoca non capivo, in qualche modo sono penetrati in me e solo adesso iniziano a riemergere. Mi sono esercitato così egli desiderava ed ora ho un chiaro ricordo come un sogno da inseguire continuamente. E l'immagine delle mani di O Sensei; i suoi gomiti, i suoi polsi, le sue palme, le sue dita. Ogni parte dava l'impressione che anche il tocco più leggero, in ogni situazione, avrebbe generato un'azione. Quando si girava lentamente verso l'altare e batteva le mani, il movimento di queste era «naturale», inconsciamente perfetto. Anche in azioni che rientrano nella normale vita quotidiana, come lo stare in mezzo a noi a parlare, asciugarsi il sudore dalla testa, accarezzarsi la barba, oppure andare a prendersi una tazza di sake, e quindi di nessuna connessione con le arti marziali, egli mai presentava lati deboli dove portare un attacco. Le sue mani sembravano perlopiù degli esseri viventi che si muovevano attorno a lui con una loro vita,  no la capacità di guidare e di adattarsi immediatamente a chiunque fosse entrato nel loro campo d'azione. Potevano essere descritte come le mani di un maestro che ha passato tanti anni, giorno e notte, alla ricerca dei segreti del bu; erano l'esempio dei principi della «non posizione» e della «non sconfitta», l'esempio vivente dell'«avere ogni cosa sulle proprie palme». O Sensi spesso ci diceva: «Qualunque arma avete tra le mani, il vostro sangue deve fluire in essa nel momento stesso che la prendete». Il suo pollice era sensibile al palmo della mano e viceversa, una unità attraverso la quale tutti i sensi pulsavano; le altre dita erano tenute unite e compensavano eventuali debolezze nell'azione del pollice e del palmo. Quando il corpo riposava le sue mani erano sveglie, e quando la sua mente era in stato di rilassamento esse erano in guardia; esistevano ed agivano al di fuori della sua consapevolezza. Da parte mia più che notare la forte struttura delle sue mani e l'apparenza forte e severa dei suoi polsi, sentivo la sensazione di calore e di amore che emanavano. Questi sono alcuni dei nostalgici ricordi accumulati e recentemente mi sembra che l'immagine delle sue mani mi riaffiori alla mente sempre più spesso. Erano le mani che si ottengono dopo aver purificato e perfezionato il corpo e la mente. Per praticanti medi, quali siamo noi per la maggior parte, arrivare ad un simile livello può ben essere un «sogno impossibile», ma fino al resto dei miei giorni voglio provare ad avvicinarmi al massimo a questo ideale.