Izanagi agli Inferi
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- Il Kojiki (Memorie dell'Antichità ) fu scritto, per ordine dell'Imperatore Genmei, nel 712 d.C. da un erudito di corte di nome Yasumaro il quale trasse il materiale mitologico dalla tradizione scintoista, sino ad allora tramandata oralmente e dalle memorie storiche delle singole famiglie nobili del Giappone, che l'Imperatore Tenmu :673-685 aveva, con questo scopo, fatto imparare ad un cortigiano dalla memoria eccezionale di nome Hiyada no Are, il quale dettò a Yasumaro tutto quanto conosceva. L'opera così realizzata, il Kojiki, si compie di tre parti distinte: la prima copre un arco di tempo che va dalla creazione del mondo sino al sorgere della casa imperiale di Yamato con il mitico Jimmu Tenno; nella seconda parte è trattata la protostoria del Giappone che va da Jimmu Tenno (660-585 a.C., data convenzionale ufficialmente accettata), al regno di Ojin Tenno (201-310 d.C.), 15° Mikado; la terza parte si estende da quest'ultimo all'Imperatore Suiko (593-628 d.C.), 33° Mikado del Giappone. Il Kojiki risulta la più antica raccolta di scritti storici redatta in lingua giapponese giunta sino a noi. Conosciamo infatti l'esistenza di almeno un'altra opera, probabilmente più antica, andata distrutta in un incendio. Per il Kujiki (Memorie delle origini), invece, redatto secondo gli autori nel 620, è ormai certo trattarsi di un falso, di molto posteriore a quella data, pur se contenente nuclei sicuramente arcaici. Nel 720 fu composto un altro testo contenente la stessa materia, cioè le origini e la storia del Giappone, il Nihonji o Nihon Shoki (Annali del Giappone), che concorda in buona parte con il Kojiki, anche se spesso dei miti e della cronologia riporta varianti anche notevoli. Dei vari miti che compongono il Kojiki, prenderemo in esame uno soltanto, interamente contenuto nel capitolo nono dei testi che possiamo intitolare «La discesa del Dio Izanagi nel mondo degli Inferi». L'interesse di un esame approfondito del mito giapponese in generale o di sue parti, come nel presente caso, è ispirato dalle profonde analogie che esso presenta con i miti mediterranei, caucasici, mesopotamici ecc. e con il vasto filone della favolistica di tutto il mondo, nonché con mitologia ed il rituale sciamanico, a comprova dell'universalità dei motivi in esso contenenti. Non intendo assolutamente con ciò sostenere una derivazione dei miti da una o dall'altra parte e tanto meno ricercare una matrice comune che, probabilmente, non esiste altrove che nel comune psichico della razza umana. La mia intenzione è volta molto semplicemente a sottolineare taluni paralleli nei racconti mitologici di varia provenienza, tentando di darne un'interpretazione che, se non è abituale, è confortata da studi assai più approfonditi ed autorevoli.
- Notiamo innanzitutto che nella mitologia giapponese non esiste un Dio creatore e che il Kojiki si esprime, per quanto concerne la cosmogonia, in termini assai concisi e primitivi: dice semplicemente che quando il Cielo e la Terra ebbero inizio, si formò nell'alto Cielo una prima triade di divinità che rimase comunque invisibile ed inattiva. La giovane terra galleggiava nel vuoto come una macchia d'olio, sospinta qua e là dall'ondeggiare di qualcosa di simile ad un cespuglio di giunco. Altre divinità si formarono spontaneamente, a carattere naturalistico e terrestre, sino ai due progenitori Izanagi (Colui che invita) ed Izanami (Colei che invita). Ad essi gli altri dei dettero mandato di consolidare e creare tutte le cose e li inviarono sulla terra attraverso il ponte del cielo, l'arcobaleno. Dalla loro unione ebbero origine le terre emerse e le isole del Giappone, oltre che tutti gli altri dei dell'immenso pantheon shintoista. Izanami, all'atto di partorire il dio del fuoco, rimase ustionata nelle parti genitali e morì. Izanagi fu colpito da un profondo dolore per la perdita della diletta sorella minore e sposa e la pianse lungamente, arrivando alla fine, in un impulso d'ira, a decapitare il figlio appena nato, causa di tanta sciagura. A questo punto ha inizio l'episodio che ho voluto prendere in esame e che forma l'argomento del presente scritto. Izanagi ebbe desiderio di rivedere la sua diletta sposa e di andarla a cercare nel paese degli Inferi. Come essa venne ad aprirgli la porta del palazzo infernale, il dio la invitò a tornare in vita dato che le cose che avevano creato assieme non erano ancora perfette. Izanami rispose che volentieri sarebbe ritornata ma che purtroppo egli era arrivato in ritardo avendo ella mangiato il cibo cotto nel forno dei morti ed essendone quindi impossibilitata. Avrebbe comunque tentato di intenerire le divinità del luogo per cercare di seguire lo sposo nel mondo dei vivi. Lui, però, avrebbe dovuto evitare di guardarla. Rientrata nel palazzo ella tardava a ricomparire ed Izanagi, spinto dall'impazienza e stanco di attendere, staccò un dente del pettine che portava infisso nel ciuffo sinistro dei capelli ed accesolo a mo' di fiaccola entrò nel palazzo. Vide un brulicare di vermi e la sua sposa in decomposizione ed inorridito da quello spettacolo fuggì. Izanami ne ebbe grande vergogna ed infuriata mandò ad inseguirlo le terribili donne infernali. Izanagi che stava per essere raggiunto prima di poter varcare la soglia del mondo dei morti, gettò a terra il suo diadema nero che subito si trasformò in grappoli d'uva matura che le donne si attardarono a raccogliere attardandosi nell'inseguimento che tuttavia proseguì di li a poco. Il dio allora lanciò dietro si sé il pettine che fermava il suo ciuffo destro. Questi si trasformò in germogli di bambù e di nuovo le donne si fermarono a raccoglierne ed a mangiarne. Allora Izanami mandò ad inseguirlo le divinità del tuono con 1500 guerrieri infernali. Egli continuò la sua fuga brandendo dietro di se la spada ed alla fine, giunto sulla soglia del mondo di qua, raccolse tre pesche che crescevano sul luogo e le gettò contro gli inseguitori mettendoli in fuga. Allora Izanami in persona tentò di raggiungerlo ma egli sbarrò il lieve pendio che conduce al mondo dei più con un enorme masso, riuscendo a salvarsi. Qui finisce il racconto in questione ma devo sottolineare che non si tratta dell'unico mito contenuto nel Kojiki che contempli la discesa dell'eroe agli Inferi. Più avanti, nel capitolo 23 è il dio O Kuni Nushi ad intraprendere il viaggio e più avanti ancora, anche se il concetto del mondo dei morti non è altrettanto chiaramente espresso, nel capitolo 40 è il principe HO-Wori a recarvisi. Il nostro mito si sviluppa, dunque, con la discesa del dio nel mondo degli Inferi, nel regno dei morti. È necessario notare qui che in tutti i riti sciamanici esistenti o di cui si abbia memoria, il potere magico viene agli sciamani soltanto dopo che questi hanno effettuato un analogo viaggio nel mondo degli spiriti dei trapassati.
- Questo tema ricorre troppo frequentemente nei miti e nelle leggende per rappresentare un caso di mera creazione poetica, parto della fantasia dei popoli che ne posseggono traccia, come è attestato dai riti degli sciamani cui abbiamo fatto cenno, al punto che ci si chiede, ed a ragione, ilperché di questo ricorrente parallelismo che si estrinseca non soltanto nel motivo centrale della discesa ma sino nei particolari meno appariscenti. È un fenomeno che ha interessato molti studiosi del mito e del folklore, le cui conclusioni interpretative sono spesso contrastanti. Su un punto, comunque, essi si trovano quasi sempre d’accordo: nel far risalire le origini stesse del mito a riti di iniziazione collegati ad un antichissimo stadio di cultura preagricolo, di quando, cioè, l'uomo affidava alla caccia praticamente l'intera sua economia. Se tale stadio di cultura non si palesa appieno nel caso in esame, non manca qualche cenno chiarificatore nel ciclo relativo al dio O Kuni Nushi nel quale l'azione si incentra su un amo perduto, ove è evidente un'economia sostenuta dalla pesca per popolazioni isolane e rivierasche, fatto che ci riporta probabilmente a correnti immigratorie meridionali. Quello che vorrei sottolineare è l'estrema antichità del mito, del quale sarebbe opportuno, per un esame approfondito, isolare il nucleo essenziale ed arcaico, dalle sovrastrutture più tarde e dalle giustificazioni aggiunte in un tempo in cui il mutamento delle condizioni economiche e sociali ridusse il rito di iniziazione, ormai scomparso dall'uso comune, ad un remoto ricordo trasformato dalla trasmissione orale e necessitante di una qualche giustificazione logica. L'eroe, infatti, si reca nel mondo dei morti per una ragione precisa e chiaramente espressa: va alla ricerca della sposa defunta nel tentativo di riportarla indietro nel mondo dei viventi. Questa è per l'appunto la giustificazione romantica che ci è rimasta ma, come vedremo, anche questa spesso ha un significato storico e filosofico che in questa analisi non posso trascurare.La più sorprendente analogia con il mito nipponico è rintracciabile in quello greco di Orfeo. Analogia nei motivi che sospingono l'eroe e nei risultati conseguiti, nonché nel procedimento sorprendentemente simile del racconto. Come Izanagi, Orfeo affranto dal dolore per la perdita della amata Euridice sua sposa, si inoltra nel regno dei morti alla sua ricerca nel tentativo di riportarla indietro.Non di rado la medesima motivazione spinge gli eroi della favola ad intraprendere un rischioso viaggio nel «regno in capo al mondo» affrontando il drago che ha rapito la sposa o la fidanzata e che la tiene prigioniera. Il regno in capo al mondo rappresenta quello dei morti ed il drago la morte stessa, come è attestato da Propp nei suoi mirabili lavori sulla favolistica russa.Un altro parallelo sorprendente è rintracciabile nella mitologia egiziana ove Iside ricerca il cadavere del fratello-marito Osiride per tentare di resuscitarlo con un atto di magia.Non mancano altri esempi altrettanto validi ma che sarebbe troppo lungo e noioso esporre qui ed inutile per il fine che mi propongo. Ne farò cenno più avanti esaminando le motivazioni della discesa agli inferi. Non è improbabile che la ricerca della sposa rifletta una concezione matriarcale del rito di iniziazione (mantenuto nel mito egiziano), nel quale in origine non era l'uomo il protagonista ma la «defunta sposa». Questi semmai lo sarebbe divenuto più tardi in un successivo momento storico, assumendo le prerogative già attribuite alla donna per una traslazione da attribuire ancora una volta al mutamento della società e dell'economia. Personalmente sono incline a vedere nelle, figure degli sposi separati dalla morte, uno sdoppiamento del mistero.In un Tantra commentato dal grande mistico indiano Abhinavagupta, la coscienza (femminile) interroga l'io profondo (maschile) sulla realtà dell'essere ed entrambi sono designati come «dei». Si tratta in questo caso dello sdoppiamento dichiarato di un'unica personalità . La giustificazione romantica cede qui ad una concezione più profonda che permette di assumere una nuova visuale per la successiva interpretazione del mito.Gli Inferi, dunque, possono essere visti da due angolazioni diverse: una realistica, come mondo degli spiriti dei trapassati e delle divinità Ctonie, al quale è necessario discendere attraverso la morte rituale durante l'iniziazione, contrapposto al mondo dei vivi; l'altra spirituale, come lo stesso mondo interiore dell'iniziato, in opposizione all'altro, quello dei sensi, nel quale si svolgono le azioni della vita. In questo mondo interiore (e qui ben si colloca la divisione che gli antichi Ari dicevano dell'umanità in «vira» e «pashu», ove il vira (latino vir) era l'uomo spiritualmente attivo ed il pashu colui che nel mondo ricerca soltanto il proprio egoistico piacere, preda degli istinti meno nobili), va alla ricerca della sua vera natura. Ma torniamo al nostro raccontoSe Izanagi, come altri mitici eroi ha un valido motivo per la sua impresa, talvolta il motivo è stato travisato o dimenticato del tutto, come per la sumerica Inanna, dea uranica dell'amore, che discende nel regno della morte soltanto per soddisfare, un suo capriccio o, forse, per il desiderio di prenderne possesso. Urashima Taro, l'eroe di una famosissima fiaba giapponese, invece, è invitato a compiere il viaggio dagli stessi spiriti del mare. Non è rara l'attribuzione al «regno in fondo al mare» del medesimo valore di quello dei morti: gli esquimesi collocano gli inferi in fondo al mare, così come non poche popolazioni oceaniche. Nel palazzo del dio del mare si reca un altro eroe del Kojiki, il principe Ho-Wori, alla ricerca di un amo perduto.È interessante constatare che nel caso di Urashima si è trattato di una scelta effettuata dalla divinità a causa di alcune sue qualità personali, alla stessa stregua della scelta divina attraverso la quale gli sciamani asiatici vengono chiamati alla loro missione. L'eroe caucasico Soslan discende agli Inferi per una ragione apparentemente utilitaristica. Un altro eroe di una nota favola nipponica, Momotaro (Momo - pesca), ci va per combattere i demoni (abbiamo già incontrato la pesca come potente apotropaico con cui Izanagi mette in fuga i guerrieri infernali). Infine, gli eroi della fiaba vi si inoltrano alla ricerca di qualche oggetto raro, per assolvere al capriccio di una principessa o all'ordine di un re. Essi debbono dimostrare di essere riusciti nell'impresa portando un oggetto d'oro come prova. Izanagi fallisce nell'impresa, così come Orfeo, per precipitazione, per impazienza, per non aver saputo controllare i propri sentimenti. Così è anche per Gilgamesh in un altro mito sumerico. Anche costui scende in fondo al mare con l'aiuto di un pesce, e vi coglie la pianta dell'immortalità ma la stessa gli viene rubata dal serpente che se la porta nel ventre della terra. Questo motivo è presente anche nel racconto di Urashima che nel palazzo del re del mare gode di una eterna giovinezza. Gli eroi falliscono nell'impresa ma Gilgamesh ci dà una preziosa indicazione di ciò che essi in realtà sono andati a cercare: l'immortalità . Soltanto attraverso la morte, infatti, l'uomo conquista l'immortalità e la discesa agli inferi rappresenta per l'appunto la morte. Coloro che riescono nell'impresa, gli eroi della favola, ritornano portando con sè un oggetto d'oro: una mela, il manto d'oro di un mitico animale o le penne d'oro dell'uccello che vive nel regno in capo al mondo, ecc. Non può non tornarci alla mente l'impresa di Giasone alla ricerca del vello d'oro custodito dal drago, nella mitica Colchide, dove vivono le arpie, uccelli dalla testa di donna.In molte culture, principalmente in quella egiziana, le anime dei trapassati sono rappresentate come uccelli, spesso con testa umana. Giasone, dunque, per le molteplici analogie rintracciabili, si reca nel regno dei morti. È noto che gli antichi hanno sempre attribuito all'oro, metallo solare, la prerogativa dell'immortalità , tanto è vero che questa tradizione è ancor oggi viva. Anche oggi, infatti, nel Giappone ultramoderno si usa mescolare polvere d'oro a particolari bevande come il sake nella convinzione mento all'oro tuttavia nel ciclo di O che l'ingestione del prezioso metallo Kuni Nushi, questo dio carpisce al re abbia un reale effetto benefico degli Inferi la «spada di vita», 1'«arco e le frecce di vita» e il «liuto». Arco e frecce ci riportano, fra parentesi, ad un clima di popoli cacciatori, e forse, al sorgere del mito, furono questi gli unici oggetti che il dio riportò dal regno dei morti mentre la spada è senza dubbio elemento tardo, non originale.Mi si chiederà la ragione di un rito iniziatico che prevede la discesa nell'altro mondo. Credo di aver espresso la risposta già nel corso di queste pagine ma possiamo ritrovarla in tutte le forme della religione, non soltanto primitiva: ne è conferma la discesa di Cristo agli Inferi prima della resurrezione e lo stesso battesimo si ispira ad una siffatta concezione. Si tratta, in definitiva, di una religione diffusa in tutto il mondo, dalle Americhe all'Oceania e dall'Asia sino all'Artico. Una religione del culto degli antenati e degli spiriti della natura che è il substrato di ogni altra forma religiosa esistente. Gli sciamani muoiono alla vita dell'uomo comune dopo torture indicibili subite nell'aldilà , attraverso le quali vengono purificati per rinascere come sciamani, come tramiti fra il mondo degli uomini e quello dello spirito. La loro iniziazione consiste appunto in questo morire e rinascere rinnovati e tale forma di iniziazione si perde nella preistoria dei popoli cacciatori (lo sciamano ha fra l'altro potestà sugli animali divenendo lui stesso, potenzialmente, l'incarnazione dell'animale totemico) ed i miti come il nostro, che narrano la discesa agli Inferi dell'eroe, rappresentano indubbiamente la traslazione poetica di questo antichissimo rito ormai dimenticato.
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Bibliografia essenziale:
Pettazzoni: La mitologia giapponese,
Ed. Zanichelli 1929 Yasumaro: KO GI KI,
Ed. Laterza
Muccioli: La letteratura giapponese,
Ed. Sansoni 1969
Propp: Le radici storiche dei racconti di magia,
Ed. Newton Compton 1977
Eliade: Lo sciamanismo e le tecniche dell'estasi,
Ed. Mediterranee
Kerenyi: Gli dei e gli eroi della Grecia,
Ed. Garzanti 1976
Urashima ed altri racconti giapponesi,
Ed. Fussi 1947
Kramer: I Sumeri agli esordi della civiltà ,
Ed. Martello
Dumezil: Il libro degli eroi,
Ed. Bompiani
Abhinavagupta: Commento breve alla trentina della suprema,
Ed. Boringhieri
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