Kyudo

 

 

 

Kyudo

  • La via dell'arco e della freccia , quale strumento di offesa, è ben noto all'uomo sin da tempo immemorabile, come attestano i ritrovamenti di punte litiche di frecce, risalenti all'alto paleolitico, provenienti da ogni parte del globo; ed è veramente incredibile come la sua diffusione sia estesa a tutte le culture umane, quasi senza eccezione.L'arco è stato la principale arma a lunga gittata usata per la guerra e per la caccia dai popoli più lontani e disparati prima dell'avvento delle armi da fuoco; lo dimostrano i bellissimi bassorilievi Assiri e Babilonesi, le incisioni rupestri del Sahara e dell'Asia centrale, le pitture cavernicole dell'Europa ed i miti antichissimi raccolti nei poemi epici greci, Sumerici, Ebraici ed Indiani. Miti nei quali l'arco e le frecce acquistano un sapore altamente simbolico. Sembra quasi che questo straordinario strumento di morte sia stato scoperto contemporaneamente dagli abitanti della Patagonia e della Nuova Guinea, dai siberiani e dai sudafricani, dalle genti del Nord America, del centro dell'Asia e dell'Europa. Fatto sta che è, indubbiamente, come pochi altri strumenti inventati dall'uomo, patrimonio comune dell'intera razza umana. Se dunque, il tirar d'arco non è estraneo alla nostra mentalità di gente moderna, e, nonostante l'avvento di armi ben più micidiali, capaci di ben diversa offesa, siamo in grado, istintivamente, di incoccare una freccia e di scagliarla con notevole approssimazione sul bersaglio, del tutto alieno, invece, ci appare il concetto giapponese di disciplina spirituale che al tiro con l'arco è indissolubilmente legato, al punto che un'azione relativamente semplice ed istintiva, come lo scoccare una freccia, assume nella tradizione giapponese una difficoltà tale, per le implicazioni di carattere spirituale e filosofico che vi sono connesse, da richiedere anni di assiduo esercizio, sotto la guida attenta e capace di un vero maestro, che, beninteso, non si limiterà al semplice insegnamento di poche nozioni tecniche necessarie, ma penetrerà poco a poco nel nostro animo per estirparvi ogni radice di errore, facendo, con ]'esempio e con la pratica costante ed ininterrotta, affiorare quelle verità spirituali, che sono sepolte in noi dai veli dell'ignoranza e dell'egoismo. Qui il discorso si ricollega a quanto ho già cercato di esprimere nei precedenti articoli sulla rubrica culturale in merito alla spiritualità del Giappone ed in particolare al Buddhismo Zen del quale il Kyudo è profondamente impregnato. Dobbiamo distinguere due aspetti dello Zen, concomitanti, ma non necessariamente indissolubili: quello religioso, di cui non ci occuperemo, e quello filosofico e pratico dal quale il Kyudo, come del resto le altre arti marziali giapponesi, ha tratto buona parte della sua struttura spirituale. Nel Kyudo, il tiratore, l'arco, la freccia ed il bersaglio, diventano una cosa sola; pertanto, una volta realizzata tale condizione spirituale, diventa del tutto impossibile non colpire il segno con precisione matematica. Mala Viaè lunga e difficile e mette a dura prova la volontà e la pazienza degli allievi, essendo la mente ribelle ed impaziente e domarla costa fatica, sacrificio e costanza nel tempo.La Viastessa passa per vari stadi di coscienza, finché il concetto egoistico di « io » e di « non io » si annullano nell'identità di tutte le cose e la volontà di far partire il dardo e di colpire il bersaglio cedono alla serena indifferenza, il brulicare dei pensieri, alla calma, alla speculare lucidità della mente. Allora il colpo parte ed il bersaglio è centrato infallibilmente, senza l'intervento della volontà, senza che siamo veramente noi ad aver tirato. Questi concetti peculiari, ripetiamo, di tutte le arti del Budo, sono particolarmente sentiti nei Kyudo. Una antica massima dice, infatti, che la vita del guerriero passa attraversola Viadell'arco e della freccia. Tecnicamente il Kyudo si differenzia notevolmente dalla moderna arcieria occidentale, indipendentemente dai suoi presupposti spirituali: l'arco giapponese è, infatti asimmetrico e viene impugnato ai 2/5 della sua notevole lunghezza (m. 2,21) con la parte breve rivolta in basso e ciò allo scopo, essenzialmente pratico, di permettere all'arciere di tirare in posizione seduta. Si conoscono archi di acciaio che furono in uso nel periodo feudale ma l'arco classico giapponese è di bambù. Sottili asticelle di bambù sono pure le frecce, molto lunghe (m. 1.10 circa), ornate alla base da tre lunghe sezioni di penna d'aquila o di falco. La freccia, in questo genere di tiro, poggia leggermente sul pollice della mano sinistra che impugna l'arco, anziché all'interno della stessa, come per gli archi occidentali e la corda viene tirata non con le dita centrali della mano destra, bensì con il pollice, ben protetto da una speciale guanto di cuoio e serrato dall'indice e dal medio per opporre una efficace resistenza alla trazione della corda. La serie dei movimenti che vanno dall'incoccata al tiro, è codificata da secoli e sempre uguale: un rito che fa parte integrante del Kyudo e che si esprime, esteriormente, in una successione armoniosa di posizioni, che culminano con il tiro vero e proprio. Apparentemente il tiratore non sembra esercitare uno sforzo muscolare eccessivo, tuttavia, constatiamo che la potenza degli archi giapponesi è per lo meno pari a quella dei più potenti archi da competizione in uso in occidente. In questo modo di tirare la concentrazione e la respirazione hanno un ruolo assai importante. Il Kyudo, dunque, richiede anche tecnicamente un maggiore impegno di facoltà fisiche e mentali di quanto non avvenga nel tirar d'arco occidentale. L'abito dei praticanti quest'arte affascinante, è composto di un kimono bianco a maniche corte, che non scendono sotto il gomito, per non disturbare il tiro, e la hakama nera, peculiare anche all'Aikido e ad altre arti del Budo. Si hanno notizie di competizioni a carattere sportivo in cui rientrava il kyudo, sin dall'epoca di Nara (710-784 d.C.) ed è certo che la diffusione di tale pratica, sia come sport che come disciplina spirituale, fu incentivata dall'assurgere a sempre crescente potenza politica della classe dei guerrieri, per i quali il tiro con l'arco faceva parte del bagaglio tecnico indispensabile. Con l'introduzione delle armi da fuoco, portate dai mercanti portoghesi, e con il loro impiego tattico in guerra, l'importanza strategica dell'arco andò rapidamente declinando. Si accentuò allora il suo ruolo di via spirituale, scrupolosamente preservato e tramandato dalla classe dei Samurai. Dopo che tale classe militare fu abolita ufficialmente nell'epoca Meiji, il Kyudo cominciò rapidamente a diffondersi, come sport, fra i giovani, senza perdere tuttavia la sua peculiarità di Via spirituale ed in breve tempo esso si conquistò una vera moltitudine di adepti. Nel 1949 fu costituita ufficilmentela Federazione Giapponesedegli Amatori del Tiro con l'Arco ed in occasione delle Olimpiadi del 1964 che si svolsero a Tokyo, al Budokan di quella Capitale, ebbero luogo dimostrazioni di Kyudo che riscossero un incondizionato interesse anche presso gli occidentali che ebbero la ventura di assistervi. Attualmente in Giappone si svolgono numerose competizioni annuali riservate agli adulti, agli studenti ed alle donne ed il numero dei praticanti si aggira attorno alle 500.000 unità. Raramente, come accade per il Kyudo, uno sport ha potuto superare, senza mutare la sua struttura tecnica e lo spirito che lo anima, l'ingiuria del tempo, mantenendo inalterato l'interesse e la passione dei suoi praticanti. Ciò è dovuto in buona parte, a nostro avviso, al fascino della freccia che vola al bersaglio ed all'emozione che se ne ricava, al di là delle mète spirituali che il Kyudo si prefigge, al di là della serietà, compostezza e distacco con il quale viene praticato. Esiste anche un tipo particolare di tiro con l'arco da cavallo, di cui qualcuno certamente ricorderà di aver assistito a qualche scena di film di qualche anno addietro: di cui si celebra ogni anno il festival presso il santuario di Hachimangu a Kamakura. I cavalieri, in costume del 12° secolo, quando Kamakura era la capitale dell'Impero, scagliano tre frecce, in rapida successione, mentre il cavallo è lanciato al galoppo e devono colpire dei piccoli bersagli quadrati. E' uno spettacolo notevole, sempre molto seguito ed amato dai giapponesi. Segnaliamo, per chi fosse interessato all'argomento, un piccolo libro, che è diventato ormai un classico per tutti coloro che si interessano di arti marziali: « Zen nell'arte del tirar d'arco di Eugen Herrigel , che non mancherà di sorprendere il lettore e potrà rappresentare una preziosa guida anche per chi ha la ventura di praticare altre branche del Budo.

 

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