Animismo

 

Una persona depressa deprime l'umore degli altri senza far nulla per produrre quest'effetto. In presenza di una persona felice, ci sentiamo contenti. Si può dire che essa irradi buoni sentimenti.

La fede nella vita

 

 

  • Il solo aspetto positivo della crisi ecologica che l'uomo si trova ora a dover affrontare è la crescente consapevolezza che abbiamo della interdipendenza di tutte le forme di vita. L'uomo sta cominciando a rendersi conto che il delicato equilibrio naturale non può essere manomesso alla leggera. Questa presa di coscienza ha avuto un effetto salutare su coloro che credevano nel potere e nel progresso e non concepivano alcuna limitazione allo sfruttamento delle risorse della terra da parte dell'uomo. Che vi siano dei limiti è diventato ormai chiaro, mentre la popolazione del mondo continua a crescere ad un ritmo accelerato. Inoltre, si sta facendo sempre più evidente che, più potere e più progresso materiale si conseguono, più l'uomo si avvicina alla possibilità di un disastro. Siamo pertanto costretti a rivedere e riformulare la relazione dell'uomo con il mondo in cui vive. L'uomo sarà forse la specie dominante, ma è pur sempre parte di un ordine più vasto dalla cui stabilità dipende la sua stessa esistenza.
    La storia della relazione mutevole dell'uomo nei confronti del suo mondo è riflessa nelle credenze religiose. Ciò che possiamo fare è confrontare tre posizioni per molti versi differenti per trovare una base per la fede.
    Queste tre posizioni possono essere in breve definite nel modo seguente:
    1) animismo;
    2) credenza in una divinità, singola o multipla e
    3) credenza nel potere di una mente razionale: cioè nell'uomo come autorità suprema.
  • L'animismo, stando alla definizione del dizionario, è "la credenza secondo cui tutti gli oggetti possiedono una vita o vitalità naturale o sono dotati di anime che abitano al loro interno". Il termine è "usato per designare la forma di religione più primitiva", cioè quella dell'uomo dell'età della pietra. Io preferisco la parola "spirito" alla parola "anima", perché i primitivi parlano di spiriti.
    Si credeva che questo spirito o forza risiedesse nella natura sia animata che inanimata, in tutte le cose viventi cosi come nei sassi, negli utensili, nei fiumi, nelle montagne e nei luoghi. Un posto speciale in questa visione delle cose era riservato agli spiriti dei morti, che erano considerati parte della comunità dei viventi. Esther Warner, nel suo palpitante e stupendo resoconto di vita africana, ha scritto: "È una credenza africana che sia compito dei defunti aumentare la forza vitale e il benessere dei vivi. Le persone decedute continuano a prender parte agli affari della tribù.
    Anche i morti oltre ai vivi contribuiscono a formare il corpo del popolo".'
    L'importanza dell'animismo ai fini della nostra trattazione consiste nel fatto che esso ha rappresentato un modo di vivere basato sulla fede nella natura e sul rispetto di essa. Poiché l'uomo dell'età della pietra non aveva né i mezzi né il potere di controllare le forze naturali, la sopravvivenza dipendeva dell'adattamento a tali forze. Si raggiungeva questo scopo tramite l'identificazione con i fenomeni naturali; l'uomo primitivo si sentiva altrettanto parte delle forze naturali quanto queste lo erano della sua esistenza. Non poteva dunque agire in modo distruttivo nei confronti della natura più di quanto non potesse essere autodistruttivo. Se si attendeva che la natura gli fornisse qualcosa, doveva rispettare l'integrità della natura ed evitare di far violenza agli spiriti che risiedevano in tutti i fenomeni naturali. Per esempio non poteva tagliare un albero senza fare un gesto per placarne lo spirito. Esther Warner ci parla di questa mentalità: "Ci spiegò che dovevamo portare con noi del riso e del vino di palma in modo da poter fare un sacrificio all'albero. Gli avremmo tolto la vita, dovevamo quindi pregarlo di perdonarci e dirgli il perché ne avevamo bisogno. La forza vitale dell'albero deve unirsi con la forza vitale del Vecchio nel regno dei morti e l'albero doveva essere d'accordo a mettersi nelle mie mani".
  • Da tutti gli studi più recenti apprendiamo che l'uomo dell'età della pietra aveva raggiunto un adattamento mirabile con l'ambiente naturale e viveva in armonia con le forze naturali a cui era soggetto. Uno di questi è il resoconto scritto da Laurens Van Der Post sulla visita da lui compiuta ai Boscimani africani, un popolo che vive ancora un'esistenza del tipo di quella dell'età della pietra. Egli trovò che malgrado le loro precarie condizioni di vita erano un piacere e una delizia da vedersi: sensibili, pieni di immaginazione e competenti. Egli scrive in proposito: "si contenevano con un naturale senso di disciplina e di proporzione e riuscivano ad adattarsi in modo curioso alla dura realtà del deserto". Il loro adattamento consisteva in una conoscenza intima del deserto, in un'acuta sensibilità ai suoi segnali e umori, in un'identificazione con la sua vita e in una vitalità ed esuberanza fisica sorprendenti.  Citerò diversi commenti tratti dal suo libro. "Ogni volta che andavo con loro, l'intelligenza, la diligenza e la velocità con la quale raccoglievano i frutti della terra non cessavano di stupirmi. Una fogliolina quasi invisibile sul tappeto erboso, appena sopra la superficie della sabbia rossa, e che io non avrei potuto distinguere dalle molte altre, era sufficiente perché si mettessero abilmente a scavare con gli stecchi da scavo in legno ed estraessero dal suolo... carote selvatiche, patate, porri, rape, patate dolci e carciofi".  E ancora: "Erano dei botanici e chimici naturali ed avevano una conoscenza incredibile delle piante del deserto. Un bulbo forniva loro l'acido necessario a staccare il pelo dalla pelle degli animali senza danno, un altro la ammorbidiva in brevissimo tempo".  Avevano la leggiadria degli animali selvatici. Nel suo primo incontro con un Boscimano allo stato selvaggio, Van Der Post annota: "quindi egli s'allontanò da noi nell'oscurità della sera, così agile nelle membra che avevo visto l'uguale solo nel maiale selvatico, la cui inesauribile capacità di movimento lo faceva correre per la campagna come un'increspatura sull'acqua". Il Boscimano era un cacciatore e un raccoglitore e così dipendeva completamente dalla provvidenza naturale.
  • Eppure, senza la sicurezza dell'agricoltura e dell'allevamento del bestiame, aveva una serenità che purtroppo manca alla maggior parte delle persone civili. Non che fosse libero da un profondo malessere o inquietudine quando c'era la minaccia di siccità. Tuttavia, l'eventualità di una calamità non lo faceva cadere in preda al panico né lo induceva ad agire in modo autodistruttivo. Come Saint-Exupéry allorché s'era perso nel deserto, il boscimano era sostenuto da una profonda fede nella natura e in se stesso. La calamità naturale e la morte erano cause di profonda afflizione, ma poi la provvidenza e la vita erano occasioni di festeggiamenti e di gioia.
    Quando la pioggia finalmente arrivava dopo una lunga siccità, il boscimano danzava. Danzava con un fervore che chiameremmo religioso perché era ossessivo, ma era il fervore della vita che risorge come un fiume dopo il disgelo di primavera. Per prima cosa "danzavano entrando a loro modo nella vita della loro amata antilope con una mistica partecipazione alla sua esistenza".' Poi facevano la danza sacra del fuoco, che continuava per tutta la notte finché gli uomini cadevano esausti. Così nei loro corpi attraverso la musica e la danza rinnovavano i loro spiriti e rafforzavano la loro fede nel destino del proprio popolo.
    Sotto certi aspetti l'uomo dell'età della pietra era come un bambino. Viveva dal punto di vista del suo corpo. Era immerso intensamente nel presente ed era acutamente sensibile a tutte le sfumature del sentire. Il suo ego si identificava ancora con il corpo e con i sentimenti. Non s'era ancora verificata la dissociazione dell'ego dal corpo, che caratterizza la condizione dell'uomo moderno e lo costringe ad essere obiettivo nei confronti dei fenomeni naturali ivi compreso se stesso. Il primitivo viveva a livello soggettivo più o meno come fa un bambino. La soggettività porta a credere negli spiriti e nella magia, cosa che il complesso uomo moderno non può né accettare né comprendere. Egli considera infatti questo modo di pensare irrealistico. Ritiene che un atteggiamento obiettivo fondato sul distacco, che impieghi il pensiero logico e si basi sulla sperimentazione e sul controllo, sia il solo approccio valido della realtà.
    È forse l'obiettività l'unico vero approccio della realtà?
    Siamo forse più realistici noi dell'uomo dell'età della pietra?
    Un aspetto della realtà preclude necessariamente tutti gli altri aspetti?
    Essa era limitata per l'uomo dell'età della pietra perché questi non sapeva nulla delle leggi di causa ed effetto che governano l'interazione degli oggetti materiali. È analogamente limitata per noi quando ignoriamo l'operato delle forze che non obbediscono a queste leggi.
    Le emozioni, per esempio, sono forze di questo tipo. Ciascuno sa che i sentimenti e gli umori sono contagiosi. Una persona depressa deprime l'umore degli altri senza far nulla per produrre quest'effetto. In presenza di una persona felice, ci sentiamo contenti. Si può dire che essa irradi buoni sentimenti. Non si può negare che siamo influenzati dall'umore del nostro prossimo.
  • Vi è un importante distacco dalla realtà in pazienti depressi  Ma non sono gli unici.
    Troppi condividono la certezza che l'elevazione del livello materiale del tenore di vita sia un rimedio adeguato all'infelicità personale che è tanto diffusa. Per una mente primitiva l'accento che noi poniamo sui beni materiali e sui valori materiali sarebbe da considerarsi avulso dalla realtà.
  • Le culture dell'età della pietra furono gradualmente sostituite nelle varie zone del mondo da civiltà basate sull'uso del metallo per la fabbricazione degli strumenti e delle armi. L'uomo lentamente acquisì un potere crescente sulla natura e sui suoi simili. Questo potere produsse un cambiamento nel pensiero e nella relazione tra l'uomo e il resto del mondo. Visto dal punto di vista dell'individuo, questo cambiamento rappresentava una crescita: una crescita nel campo della conoscenza, del controllo e dell'individualismo. La fase principale di questa crescita ebbe luogo negli ultimi cinque-diecimila anni di storia umana. È la storia della civiltà dai suoi inizi fino alla prima guerra mondiale. È anche la storia della sorgere delle grandi religioni del mondo.
    L'aspetto più significativo di questo cambiamento è stato il passaggio graduale da un pensiero soggettivo a un pensiero oggettivo. Per essere obiettivo, l'uomo dovette distaccarsi dall'ordine naturale. Dovette innalzarsi al di sopra del livello della partecipazione mistica a tutti gli eventi naturali e divenire un osservatore di quegli eventi. Dalla posizione più elevata raggiunta potè sviluppare il concetto e la funzione della volontà. Il concetto di volontà è estraneo al pensiero animistico, secondo cui l'influenza dell'uomo sui fenomeni naturali può essere esercitata solo indirettamente attraverso il rito e la magia. Il bisogno della magia diminuì e sparì mentre un processo naturale dopo l'altro fu ridotto a leggi accertabili di causa-effetto. Ma in questo periodo l'uomo non era ancora arrivato al punto di sentirsi padrone della terra. La sua volontà non era suprema. Più l'uomo si staccava dalla natura e diventava la specie dominante sulla terra, e più concentrava su di sé il senso della spiritualità. Non la negava per sé, ma negava ogni senso spirituale agli altri aspetti della natura. Il passaggio dall'animismo alla credenza in un Dio unico e onnipotente avvenne gradualmente man mano che il mistero veniva allontanato da quegli aspetti della natura che precedentemente avevano riempito l'uomo di timore reverenziale perché il loro modo di operare gli era incomprensibile. I suoi primi dei e le sue prime dee presero la forma di esseri umani e ne assunsero molte delle loro funzioni, perché erano proiezioni dei suoi sentimenti spirituali. Poi, man mano che questi sentimenti divennero più astratti e più strettamente collegati alla mente che al corpo, la sua immagine di Dio assunse un carattere astratto.
    Le grandi religioni del mondo occidentale che nacquero e si formarono partendo da questo sviluppo, raffigurano un dio che si preoccupa principalmente delle vicende umane. In contrasto con l'animismo, che dotava tutti gli oggetti di uno spirito o anima, queste religioni sostengono che solo l'uomo ha un'anima. Naturalmente ciò corrisponde all'unicità della posizione dell'uomo nel mondo. Si suppone che l'uomo sia la più grande creazione di Dio, letteralmente la sua somma creatura. Malgrado si affermi che Dio si manifesta in tutti gli altri aspetti della creazione, questi aspetti o creature derivano il loro significato spirituale solo dalla loro relazione con l'uomo. Il doppio ordine che emerge da questo punto di vista è quello dello spirituale contrapposto al materiale. Tutto ciò cui viene negata la spiritualità diviene un ordine inferiore di cose, un ordine puramente materiale senza diritti di alcun genere.
    Per esempio nessuno oggi direbbe una preghiera come offerta prima di tagliare un albero o di passare il bulldozer su un pezzo di terra. Se la preghiera venisse pronunciata, verrebbe rivolta a Dio per aver reso disponibile l'albero, ma non certamente all'albero a cui viene tolta la vita.
    Eppure la persona religiosa non è insensibile a questa relazione nei confronti del mondo. Poiché il mondo è una creazione di Dio, esso si trova anche sotto l'ala di Dio. L'animismo non è completamente morto. Si è trasformato nel culto del grande spirito che ancora pervade tutte le cose. La persona religiosa sente una parentela con ogni forma di vita, anche se ha perso la propria identificazione con quella vita. Essa pensa che lo spirito che la muove, muova anche il mondo, facendolo però a vantaggio particolare dell'uomo. Poiché Dio è colui che provvede, la persona religiosa ha fede, ma c'è anche posto in questo schema per l'intervento della volontà dell'uomo. Ciò è motivo di sfida per l'individuo; che fare quando la volontà personale entra in conflitto con la volontà di Dio? Questo problema non sorgeva mai, per l'uomo dell'età della pietra. Per l'uomo religioso divenne un banco di prova della sua spiritualità.
    Le stesse forze che hanno scalzato l'animismo stanno ora scalzando la religione e la credenza in Dio. Dal tempo della prima guerra mondiale e in un certo senso in relazione ad essa, il potere e il sapere dell'uomo sono cresciuti enormemente. Ma nella stessa misura l'uomo si è fatto più distaccato e lontano dall'ordine naturale. È salito ad altezze mai sognate nel campo del progresso tecnologico, ma le sue radici in terra sono state altrettanto compromesse. Ha esaminato i cieli e ha scoperto che Dio non c'era. Ha esaminato la propria mente attraverso la psicanalisi e non ha trovato traccia della propria supposta spiritualità. Non gli è mai venuto in mente di guardare il proprio corpo per trovarvi la spiritualità, poiché il corpo da lungo tempo era stato ridotto a oggetto materiale insieme con il resto dell'ordine naturale. Che cosa poteva concludere l'uomo moderno se non che Dio fosse morto? Era una conclusione che accettava volentieri, perché lo liberava dal conflitto delle volontà. Ora la sua volontà poteva essere suprema.
    Per breve tempo l'uomo moderno ha creduto di poter fare qualsiasi cosa la sua mente pensasse. Sentiamo ancora osservazioni come questa: "l'uomo ora ha il potere di fare qualsiasi cosa voglia purché voglia". Presumibilmente ciò significa che l'uomo può eliminare tutta la sofferenza ma, purtroppo, il potere non fa distinzione tra il bene e il male, e la volontà vede soltanto il Sé. Se il giudizio su ciò che è giusto e sbagliato o buono e cattivo sta all'uomo, allora per ogni scopo pratico diventiamo soggetti al giudizio degli uomini che dispongono del potere, perché il loro è il solo che conti. L'uomo non aveva mai osato assumersi la piena responsabilità di quel giudizio prima d'ora. È una responsabilità che solo gli ego più arroganti si sobbarcherebbero di buon grado. E, oggi, con la fabbricazione della bomba all'idrogeno, con il potere che essa ha di distruggere ogni forma di vita, la responsabilità per l'esercizio di questo potere è maggiore di quanto la mente umana possa sostenere. Riponendo la nostra fiducia nella conoscenza e nel potere abbiamo tradito la nostra fede. Stiamo cominciando a scoprire che non abbiamo una fede che ci sostenga. Possiamo parlare d'amore, ma l'amore è un sentimento che appartiene al regno del corpo, e nel perseguire il potere e il con trollo, abbiamo perso il contatto con i nostri corpi.