Appredere per valutare meglio

 

 

Apprendere per valutare meglio

Le nostre percezioni ci toccano in maniera piacevole o spiacevole. Questa sensazione dipende soprattutto dalla soddisfazione che desta lo stimolo. Con la stessa intensità possiamo collegare godimento o dolore, appetito o disgusto, e conformare in tal senso le nostre valutazioni: buono o cattivo. L'aspettativa di un successo ci rende soddisfatti, l'idea di un insuccesso ci affligge sensibilmente.

Nel primo caso il corpo esprime la sua sensazione di benessere attraverso un senso di  scioltezza; nel secondo caso risponde con blocchi e contrazioni.

Questo nesso associativo viene sfruttato in modo particolarmente intenso dalla psicologia pubblicitaria: essa agisce in base a promesse di godimento. Alla luce di questo esempio diviene evidente con quanta affidabilità funzionino le valutazioni associative del nostro corpo, e quanto esso si lasci manipolare.

Prendiamo la vecchia pubblicità delle sigarette, quando ancora era consentita. L'ampiezza dei grandi scenari, le cavalcate attraverso l'ondeggiante prateria, la frescura che emana dalle palme, la spiaggia e le onde del mare, l'esperienza di libertà in mezzo alla natura sono tutti motivi utilizzati continuamente in pubblicità, dei veri e propri segnali pubblicitari.

Il nostro corpo si culla nelle immagini piacevoli, ed ecco che di conseguenza siamo cullati dalla marca: dev'essere buona. Ma chi ha mai fumato con i piedi rivolti al fuoco del bivacco, con il nitrito dei mustang nelle orecchie e la vista sulle Montagne Rocciose? In realtà, alla parola sigarette dovremmo pensare piuttosto all'odore stantio di tende e cantine, a taverne e sale di riunione affumicate, a strazianti conferenze, a serate lunghe ed estenuanti, e al mattino successivo.

E invece no, il nostro corpo recepisce i segnali della natura, si lascia corrompere dall'associazione vastità -freschezza è reagisce con delle aspettative piacevoli. Che non vengano esaudite è un fatto che il corpo rimuove, perché il piacere della nicotina è pur sempre uno stimolante che dà ebbrezza, fatto che naturalmente si preferirebbe non dover ammettere (chi mai farebbe della pubblicità con queste argomentazioni?!)

Accade abbastanza spesso che il nostro corpo segnali immediatamente anche le conseguenze negative di questo forte stimolo di godimento, ma raramente vi diamo ascolto.

L'apprendimento scaturisce dalla ripetizione di un'esperienza e alle correzioni della nostra risposta a essa, in base al feed back di successo o insuccesso che il nostro comportamento riesce a ottenere. Fintanto che non è fissato alcun concetto di valore la sperimentazione continua. Il miglioramento e l'affinamento relative informazioni determinano un risparmio d'energia, e una più precisa reazione ci porta più rapidamente alla meta desiderata.

Se abbiamo fissato il valore dell'esperienza come buono, ci preme ripeterla; se il risultato suona cattivo, cercheremo di evitarla. Le definizioni affrettate,  i pregiudizi provocano sempre un comportamento sbagliato. In quel momento abbiamo smesso di imparare. Quanto più abbiamo modo di verificare la nostra esperienza, e ciò vuol dire apprendere, tanto più cresce la possibilità di sviluppare le nostre potenzialità.

Il processo di apprendimento dipende da una nostra decisione. Non appena stabilisco un termine di valutazione, bene o male, sufficiente o insufficiente, chiudo il circuito. Le piccole cellule grigie vengono alleggerite dall'impegno di questa esperienza e rivolgono la loro attenzione ad altro compito. Ma non sempre è così: potremmo anche portare avanti il processo di apprendimento. Invece di una sola lingua straniera (valutazione: sufficiente!) potremmo impararne tre o sei.

Una misera sonata al pianoforte (valutazione: cattiva esecuzione e troppo faticosa!) potrebbe tradursi invece in un piacere musicale solo per l'ascolto. Sta a noi decidere, fin qui e non oltre, se fissare o meno un termine di valore. il corpo è assolutamente in grado di dare una prestazione migliore di quanto lo riteniamo capace in base alle nostre decisioni fondate sulla volontà.

Noi stabiliamo continuamente delle priorità e ce lo spieghiamo con il fatto di non avere tempo a sufficienza per tutto. Quel che è giusto in questo ragionamento è che per ogni nuova situazione o interesse che si profila cambiamo l'ordine delle priorità e la sequenza temporale delle nostre esperienze. L'uno vuole suonare il pianoforte, l'altro imparare delle lingue straniere, il terzo starsene sdraiato al sole. Bene così, per ognuno è la propria decisione che conta.

Ma la spiegazione:

«Non ho tempo»

, per questo o per quello, non è corretta. Tempo ne abbiamo sempre. Come lo distribuiamo dipende dalle nostre priorità; e pianificarlo correttamente dipende dal fatto di assegnare le priorità adeguate. Nel fare questo ci troviamo soprattutto sotto una pressione esterna o interiore che ci impedisce di verificare accuratamente il valore reale e il valore obiettivo; soprattutto domina il valore obiettivo che noi stessi ci siamo dati.

Se un collaboratore ci chiede un colloquio sui problemi del cliente Se la sera stiamo seduti a casa a leggere il giornale, e nostro figlio ci annuncia esitante di avere un problema sorto all'ultimo momento con i compiti di scuola, allora è probabile che il nostro no stia definendo una priorità sbagliata. Ma in entrambi i casi la nostra affermazione è:

«Non ho tempo». In realtà ciò significa: «In questo momento non sei nella lista delle mie priorità».

Il desiderio di armonia interiore, di una vita che scorra tranquilla e ordinata ci induce a fissare velocemente i nostri valori. Ciò ci fa risparmiare tempo e discussioni, evitandoci di dover rinnovare le nostre verifiche e i nostri confronti. Tanto realistico questo comportamento non è, perché il mondo cambia continuamente e richiede in realtà che anche noi adeguiamo costantemente i nostri valori. Il cliché bene-male è inadeguato.

Al ritorno da un viaggio in Irlanda mi è stato chiesto: «Com'è andata?» Non capivo. «Allora, bene o male?» Non era andata né bene né male. «Ma sì, insomma, ha corrisposto alle tue aspettative?» Ho risposto: «È stato diverso». «Sei rimasto deluso?» «All'inizio, forse», poi ho corretto il tiro: «Non è stato né bene né male. È stato diverso».

L’Irlanda è ovunque. È più facile valutare, e con ciò bloccare, le esperienze nuove, anziché confrontare i valori reali effettivi con i valori obiettivi ipotizzati. Insieme con i termini di valutazione, infatti, non si mette in gioco solo l'armonia del proprio corpo ma, spesso, anche la propria adesione alle convenzioni sociali. Apprendere è difficile.