Massime e racconti Zen 

 

 




Ricco e povero

  • Un bramino, grande esperto del Veda, che era divenuto anche arciere, offrì i suoi servigi al suo buon amico, ora eletto re. Il bramino gridò, quando vide l'amico: «Mi riconosci, sono tuo amico! » Il re rispose con disprezzo: « Sì, noi siamo stati amici un tempo, ma la nostra amicizia si basava su ciò che eravamo allora... Ero tuo amico, buon bramino, perché ciò serviva al mio scopo. Nessun povero è amico del ricco, nessuno sciocco del saggio, nessun codardo è amico del coraggioso.
    Un vecchio amico  chi ne ha bisogno?  Solo due uomini di pari levatura possono dirsi amici o sposare, non un ricco e un povero...Un vecchio amico chi ne ha bisogno?
    MAHABHARATA. Ili SECOLO A.C. ca




Un Buddha

  • A Tokyo, nell'era Meiji, vivevano due illustri insegnanti molto diversi tra loro. L'uno, Unsho, istruttore a Shingon, osservava scrupolosamente i precetti di Buddha. Non beveva mai alcolici, e non mangiava mai dopo le undici del mattino. L'altro insegnante, Tanzan, professore di filosofia all'università imperiale, non osservava nessun precetto. Quando aveva voglia di mangiare mangiava, e quando aveva voglia di dormire durante il giorno dormiva. Un giorno Un sho fece visita a Tanzan e lo trovò che stava bevendo del vino, che un Bud-dhista non dovrebbe mai nemmeno assaggiare.
    «Salve, fratello» lo salutò Tanzan. «Ne vuoi un bicchiere?».
    «Io non bevo mai!» esclamò Unsho solennemente.
    «Chi non beve non è neanche umano» disse Tanzan.
    «Vorresti dire che sono inumano solo perché non mi concedo bevande alcoliche!» proruppe Unsho incollerito. «Se non sono umano, allora, che cosa sono?». «Un Buddha» rispose Tanzan.

 



IL CINESE FELICE

  • Chi percorra in America le varie Chinatowns, non mancherà di notare la statua di un uomo
    vigoroso che porta in spalla un sacco di tela. I mercanti cinesi lo chiamano il Cinese Felice o il Buddha che ride. Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d'infanzia della strada. Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo». Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò: «Qual è il significato dello Zen?». Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra. «Allora,» domandò l'altro «qual è l'attuazione dello Zen?».
    Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.
    inserito

 




LA STORIA DI SHUNKAI

  • La bellissima Shunkai, nota anche col nome di Suzu, fu costretta ancora molto giovane a sposarsi contro la propria volontà. Più tardi, quando questo matrimonio ebbe fine, frequentò l'università, dove seguì gli studi di filosofia. Vedere Shunkai significava innamorarsene. E per giunta anche lei, dovunque andasse, si innamorava di qualcuno. All'università, l'amore la circondava, e più tardi, quando la filosofia non le bastò più e lei andò in un tempio per imparare lo Zen, gli studenti si innamoravano sempre di lei. L'intera vita di Shunkai era impregnata di amore. Finalmente, a Kyoto, diventò una vera studentessa di Zen. I suoi confratelli del tempio succursale di Kennin decantavano la sua sincerità. Uno di questi scoprì la propria affinità spirituale con lei e la aiutò a capire a fondo lo Zen. L'abate di Kennin, Mokurai, Tuono Silenzioso, era molto severo. Poiché lui si atteneva alle regole, si aspettava che i suoi preti facessero altrettanto. Nel Giappone di oggi, tutto lo zelo per il Buddhismo che questi preti hanno perso pare l'abbiano acquistato nel prender moglie. Quando Mokurai trovava queste donne in uno dei suoi templi, le cacciava via a colpi di granata, ma più mogli buttava fuori e più ne venivano. Nel tempio di cui parliamo, la moglie del prete principale si ingelosì del fervore e della bellezza di Shunkai. Sentir decantare dagli studenti la serietà del suo Zen dava a questa moglie delle vere crisi di furore. Finì che costei mise in giro delle chiacchiere su Shunkai e sul giovanotto che le era amico. Col risultato che lui fu espulso e Shunkai fu trasferita altrove. «Io avrò commesso un peccato d'amore,» pensò Shunkai «ma nel tempio non ci resta nemmeno la moglie del prete, se il mio amico deve subire un trattamento così ingiusto». Quella stessa notte, con un bidone di petrolio, Shunkai diede fuoco al tempio, antico di cinque secoli, e lo distrusse sino alle fondamenta. La mattina dopo la polizia l'arrestò. Un giovane avvocato s'interessò del suo caso e si prodigò per farle avere una condanna mite. «Non mi aiuti» gli disse lei. «Potrei decidere di fare qualche altra cosa che mi riporterebbe diritta in prigione». Infine, dopo aver scontato sette anni di carcere, Shunkai lasciò la prigione, dove anche il carceriere sessantenne si era innamorato di lei. Ma ora tutti la guardavano come un « avanzo di galera». Nessuno voleva avvicinarla. La scansavano perfino gli adepti dello Zen, che dovrebbero credere nell'Illuminazione in questa vita e con questo corpo. Shunkai scoprì che lo Zen e i seguaci dello Zen erano due cose diverse. I suoi parenti non volevano più saperne di lei. Era debole e ammalata, e cadde in miseria. Incontrò un prete Shinshu che le insegnò il nome del Buddha dell'Amore, e in questo Shunkai trovò un po' di sollievo e una certa serenità di spirito. Morì che a malapena aveva trent'anni ed era ancora bellissima. Nel vano tentativo di guadagnarsi il pane, scrisse la propria vita e ne raccontò alcune vicende a una scrittrice. Così il popolo giapponese conobbe la sua storia. Tutti coloro che avevano respinto Shunkai, tutti coloro che l'avevano calunniata e odiata, ora leggevano la storia della sua vita con lacrime di rimorso.

 




IL BUDDA CHE RIDE

 

  • I mercanti cinesi lo chiamano il Cinese Felice o il Buddha che ride. Questo Hotei visse al tempo della dinastia T'ang. Non aveva alcun desiderio di definirsi maestro di Zen né di radunare molti discepoli intorno a sé. Invece girava per le strade con un grosso sacco di tela pieno di canditi, frutta e frittelle dolci da dare in regalo. E li distribuiva ai bambini che si raccoglievano intorno a lui per giocare. Aveva istituito un giardino d'infanzia della strada. Ogni volta che incontrava un devoto di Zen gli tendeva la mano dicendo: «Dammi un centesimo, uno solo». E se qualcuno lo pregava di tornare in un tempio e di insegnare, lui ripeteva: «Dammi un centesimo». Una volta, mentre era intento al suo lavoro-gioco, passò un altro maestro di Zen e gli domandò:
  • «Qual è il significato dello Zen?». Per tutta risposta, Hotei posò immediatamente il sacco a terra.«Allora,» domandò l'altro «qual è l'attuazione dello Zen?». Subito il Cinese Felice si rimise il sacco in spalla e continuò per la sua strada.
    L'ultima poesia di Hoshin




IL MAESTRO HOSHIN

  • Il maestro di Zen Hoshin visse in Cina per molti anni. Poi tornò nella parte nord-orientale del Giappone, dove si mise a insegnare ai suoi discepoli. Quando era ormai molto vecchio, raccontò agli allievi una storia che aveva sentita in Cina. Ecco la storia:Il venticinque dicembre di un certo anno Tokufu, che era molto vecchio, disse ai suoi discepoli: «Poiché l'anno prossimo non sarò più vivo, dovreste trattarmi bene quest'anno». Gli allievi pensarono che stesse scherzando, ma dato che era un insegnante di gran cuore, nei restanti giorni di quella fine d'anno tutti loro, a turno, lo invitarono a un gran pranzo. Alla vigilia del nuovo anno, Tokufu concluse: «Siete stati buoni con me. Io vi lascerò domani pomeriggio quando avrà smesso di nevicare». I discepoli risero pensando che la vecchiaia lo facesse sragionare, perché era una serata limpida e senza neve. Ma a mezzanotte cominciò a nevicare, e l'indomani nessuno riusciva a trovare il maestro. Andarono tutti nella sala di meditazione. Il maestro era spirato là.Hoshin, che aveva raccontato questa storia, disse ai discepoli: «Non è necessario che un maestro di Zen preannunci la propria morte, ma se veramente lo desidera, può farlo». «Tu puoi farlo?» domandò qualcuno. «Sì» rispose Hoshin. «Tra sette giorni vi mostrerò quello che posso fare». Nessuno dei discepoli gli credette, e quando Hoshin tornò a riunirli, la maggior parte di loro aveva persino dimenticato quel discorso. «Sette giorni fa» cominciò il maestro «ho detto che stavo per lasciarvi. E d'uso scrivere una poesia di commiato, ma io non sono né poeta né calligrafo. Che uno di voi scriva le mie ultime parole».I discepoli pensarono che scherzasse, ma uno di loro si preparò a scrivere. «Sei pronto?» domandò Hoshin. «Sì, signore» rispose il giovane. Allora Hoshin dettò: Io venni dallo splendore E torno allo splendore. Cos'è questo?La poesia mancava di un verso rispetto ai quattro tradizionali, e il discepolo disse: «Maestro, ci manca un verso».
    Col ruggito di un leone vittorioso, Hoshin gridò: «Kaa!» ed era morto.




Nessuna pietà

 

  • In Cina c'era una vecchia che da oltre venti anni manteneva un monaco. Gli aveva costruito una piccola capanna e gli dava da mangiare mentre lui meditava. Un bel giorno si domandò quali progressi egli avesse fatti in tutto quel tempo. Per scoprirlo, si fece aiutare da una ragazza piena di desiderio. «Va' da lui e abbraccialo,» le disse « e poi domandagli di punto in bianco: "E adesso?"». La ragazza andò dal monaco e senza tante storie cominciò ad accarezzarlo, domandandogli che cosa si proponesse di fare con lei. « Un vecchio albero cresce su una roccia fredda nel cuore dell'inverno» rispose il monaco non senza un certo lirismo. «Non c'è più calore in nessun luogo». La ragazza andò a riferire alla vecchia quel che lui le aveva detto. «E pensare che ho mantenuto quell'individuo per vent'anni!» proruppe la vecchia indignata. «Non ha dimostrato la minima considerazione per i tuoi bisogni, non si è nemmeno provato a capire la tua situazione. Non era necessario che rispondesse alla passione, ma avrebbe dovuto almeno dimostrare una certa pietà ». Andò senza indugio alla capanna del monaco, vi appiccò il fuoco e la distrusse.

 




Obbedienza

 

  • Le lezioni del maestro Bankei non erano frequentate solo dagli studenti di Zen ma anche da persone di ogni ceto e di ogni setta. Lui non citava i sutra né si dilungava in dissertazioni dottrinali. Al contrario, le parole gli uscivano direttamente dal cuore e raggiungevano il cuore di chi lo ascoltava. Che lui avesse un pubblico tanto numeroso fece infuriare un prete della setta Nichiren, perché tutti i suoi seguaci lo avevano abbandonato per andare a sentire lo Zen. L'egocentrico prete Nichiren si recò al tempio, risoluto ad avere un contraddittorio con Bankei. «Ehi, insegnante di Zen!» gridò. «Aspetta un momento. Chi ti rispetta obbedirà a quello che dici, ma un uomo come me non ti rispetta. Puoi convincermi ad obbedirti?».«Vieni qui accanto a me e te ne darò la prova» disse Bankei.Con aria altera, il prete si fece largo in mezzo alla folla e si avvicinò all'insegnante. Bankei sorrise. «Vieni qui alla mia sinistra». Il prete obbedì.
    «No,» disse Bankei «parleremo meglio se ti metti alla mia destra. Vieni da quest'altra parte ».Con aria sprezzante il prete passò dall'altra parte.«Come vedi,» osservò Bankei «tu mi stai obbedendo, e io trovo che sei veramente gentile. Ora siediti e ascolta».





Ah sì?

  • Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
    La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
    Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino. Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: « Ah sì? ».

 




Una tazza di tè

 

  • Nan-in, un maestro giapponese dell'èra Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n'entra più!».
    «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza? ».


2. Trovare un diamante su una strada fangosa

 

  • Gudo era l'insegnante dell'imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago. Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto. Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio. La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia. Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un'aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia. «Mio marito gioca d'azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?». «Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po' di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario». Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c'è niente da mangiare?». « Qualcosa ce l'ho io » disse Gudo. « Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po' di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L'uomo fu tutto contento. Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui. Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni? » domandò a Gudo, che stava ancora meditando. «Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen. L'uomo provò un'immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l'insegnante del suo imperatore. Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia». Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada». «Come vuoi» acconsentì Gudo. I due si misero in cammino. Dopo tre miglia Gudo disse all'uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare. «Ora puoi tornare indietro» disse Gudo. «Faccio ancora dieci miglia» rispose l'uomo. «Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia. «Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l'uomo. In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l'uomo che non tornò mai indietro.