Hosokawa Hideki Sensei

 

Intervista -1988

 

  • Hosokawa Hideki, Nato il 1942 , Italiano d'adozione, ma in fondo all'animo totalmente giapponese. È in Italia dal1972 , questa terra gli ha donato una famiglia, un nome importante nelle Arti Marziali, una schiera lunghissima di allievi affezionati, un Dojo tutto suo,da guidare e tante responsabilità da sopportare. Il nostro non deve esser stato per lui un paese facile da capire. Almeno all'inizio. Catapultato dal Giappone della provincia alla caotica Roma in messianica attesa di un nuovo Tada, il M° Hosokawa dovette tirare subito fuori tutto il meglio di sé per conquistare il nuovo esigente ambiente. Dovette forse forzare i suoi principi aikidoistici e le sue naturali inclinazioni per offrire ai suoi allievi italiani il secondo Tada che cercavano. Solo che ovviamente era impossibile. Quel personaggio non era il suo e il Maestro se ne stancò presto. E prese a chiudersi. Fra il Maestro incompreso e ben più misconosciuto ed una piccola frangia di allievi «delusi» e superficiali si scavò ben presto un divario reso pesante anche dalla difficoltà di comunicazione. Il Dojo mangia maestri aveva colpito ancora e la scuola centrale nel giro di qualche anno doveva perdere un grande uomo, oltre che un grande maestro, prima ancora di avergli concesso l'opportunità di mostrare il vero volto. Quanto del suo tempo sia dedicato allo studio lo dice il suo Aikido, fatto di riflessioni e di paralleli. È un Aikido dotto, ricco di significati e concordanze, di richiami e allusioni. È un Aikido non facile, forse poco immediato per il meno esperto, ma profondamente affascinante per il cultore più attento. Quasi tutti i contestatori di allora hanno preso altre strade. Chi a quei tempi vedeva solo la propria difficoltà nell'adeguare le reazioni del corpo alle proposte del Maestro, non può che rimpiangere l'occasione perduta. E sfruttare al massimo, oggi, ogni momento assieme. Perché si sa: il Maestro Hosokawa parla poco. È un uomo introverso e meditativo; è un uomo che dà l'impressione di una profonda cultura e di una grande maturità interiore. Ma da lui difficilmente te ascolterete qualcosa che possa rivelarvi questo aspetto del suo essere. Al massimo lo sentirete. È come una musica che suona pressappoco così: Zen... È così che per farvelo conoscere un po' più da vicino gli abbiamo teso un tranello. Una cena, un gruppo di allievi, soprattutto amici, un'atmosfera cameratesca, un Maestro. L'intervista, o meglio il colloquio tra noi, è nato così, spontaneamente, quasi senza che nessuno, tranne il burattinaio, se ne accorgesse. Accogliente trattoria romana, pioggia dirompente all'esterno, fatica nel corpo, vita nell'animo. Tavolino da sei sulla sinistra, Hoso a capotavola, vino bianco e penne all'arrabbiata. Chiacchiere; a turno si tiene banco.
  • SIMONE - .È un bel risultato per lei: 4° dan a 28 anni! In Giappone però la strada per diventa re cintura nera è più breve; i primi esami sono molto semplici, e un paio anche teorici mi sembra. Lei, Maestro, quanto tempo ci ha messo?
  • HOSOKAWA - Io un anno e mezzo. C'è una cosa però che può allungare o meno questo tempo: da noi è il Maestro che invita l'allievo a sostenere l'esame. Nessuno di noi si sarebbe sognato di fare il contrario, di andare a chiedere permessi al nostro Sensei. Questo anche se poi solitamente non era lui ad esaminarci. Il che in fondo non è male: è meglio che l'esaminatore sia un estraneo. Il proprio maestro è influenzabile, vive con noi tutti i giorni, conosce i nostri problemi, nutre simpatie ed antipatie, insomma può deviare il suo giudizio per cause estranee a ciò che vede sul tatami al momento dell'esame. Con un esaminatore esterno, invece, non ci sono alternative: egli è imparziale e quindi se non si va si è bocciati. L'esame è anche questo.
  • SIMONE - Credo che quasi tutti ne abbiano nel palmares almeno una...
  • HOSOKAWA - Un mio carissimo amico in Giappone ha uno strano soprannome: tutti lo chiamano Sei Volte. Perché è sei volte che lo bocciano all'esame di Shodan! Ma lui non se la prende: dopo il rito dello «Smetto di fare Aikido!», tranquillo continua il suo allenamento cercando di migliorare per il successivo tentativo.
  • PAOLO - Un esemplare più unico che raro. Per quanto mi riguarda, quando fui bocciato dal M°Fujimoto, sul momento mi prese un'ira storica, rischiai l'attacco di bile. Poi, più avanti, a freddo, ripensandoci capii che qualche motivo ciò che era accaduto lo aveva. Il dolore rimane, ma il risentimento se ne va. Almeno dovrebbe, anche se mi pare che non sempre succeda. Quante volte ho sentito gente che a distanza di anni ancora serbava il veleno...
  • HOSOKAWA - Chi non riesce ad accettare il risultato negativo di un esame, dovrebbe avere la forza di fermarsi un momento 'a riflettere su se stesso. Forse qualcosa ne uscirebbe. Invece alcuni arrivano a smettere: queste persone non hanno capito e probabilmente non capiranno mai. I nostri esami non sono come l'esame di Laurea all'Università: l'Aikido non contempla una Laurea, un traguardo finale. Bisogna sempre andare avanti, e la cosa buffa è che finisce di avanzare solo chi smette di praticare... Inoltre c'è un'altra questione da tener presente: ognuno ha il suo modo di giudicare e nessuno pretende che sia perfetto. Io certamente do sempre il massimo, ma sono un uomo, e in definitiva non posso giudicare nessuno. Ognuno dovrebbe giudicarsi onestamente da solo.
  • SIMONE - Ma come mai nei nostri discorsi si finisce così spesso a parlar di esami? Tutti quanti diciamo che non sono la cosa più importante, poi alla fine gli attribuiamo un significato eccessivo: riversiamo sull'esame tutte le tensioni che è difficile eliminare pur in una pratica non agonistica e priva di riconoscimenti esteriori al proprio valore, come lo è la nostra. Cioè a volte io penso che 1'Aikido sia un'Arte troppo raffinata ed intelligente per poter essere vissuta completamente da un occidentale. Non si elimina in un batter d'occhio un retaggio secolare di aggressività ed individualismo. Cosa ci dice, Maestro, contano così tanto questi benedetti esami?
  • HOSOKAWA - Credo che spesso dovremmo porci questa domanda: vogliamo fare Aikido, o preferiamo passare al judo? Ossia siamo degni di un'Arte o dobbiamo contentarci di uno sport? Per definire meglio il problema degli esami, vi rammento che Morihei Ueshiba diceva che nell'Aikido non dovrebbero essercene, perché nessuno è in grado di giudicare oggettivamente un altro. Ripeto: ognuno giudichi se stesso; allora la funzione dell'esaminatore sarà solo un pro forma e non un compito ingrato. Se vogliamo anche l'esame ha una sua importanza, perché dovrebbe servire a sollecitare l'allievo a tirare fuori il meglio di sé, ed è quindi anch'esso un migliorare, un avanzare. Certamente per gli agonisti è più facile; esiste la tensione per vincere ed il risultato è quasi sempre matematico: 2,15 contro 2,10 in alto, Ippon, 2-0, 1°-2° e 3°, medaglia d'oro e d'argento. Nello sport importa solo vincere, non importa come, non interessa se per ottenere un K.O. si distrugge un uomo.  Nel Budo il discorso è diverso. Non basta far bene shihonage; non esiste l'uguaglianza shihonage perfetto = 2,15 in alto = massimo risultato = vittoria. La parola giapponese Budo è stata tradotta bene in italiano: Arte (marziale); è un concetto che implica una serie di categorie del tutto diverse dall'alto e basso, lento e veloce, estetico ed inestetico, forte e debole. Qui avere venti o quarant'anni, essere il più veloce del mondo, saltare 2,15 in alto non conta proprio niente.
  • E cosa dovremmo dire poi, che chi non arriva a 9° dan non è capace di far nulla?
  • SIMONE - Forse anche una bocciatura può essere una cosa positiva; può avere un qualcosa di utile per noi.
  • HOSOKAWA - Il mio primo insegnante, il M°Sasaki, mi ha insegnato questa che se vuoi è una specie di filosofia: bocciare, dire di no a qualcuno è come metterlo in guardia per la vita. Nella nostra esistenza non si va sempre avanti. Affatto. Anche un pilota abilissimo, dopo aver percorso in scioltezza migliaia di chilometri verso la sua meta, può avere un improvviso bisogno della marcia indietro per evitare un ostacolo. Ora, una macchina che fosse sprovvista di retromarcia lo metterebbe in una situazione difficilissima.
  • SIMONE - È vero che una volta esistevano le promozioni sul campo? Che il Maestro diceva: «Da oggi sei 4° kyu»? Sono d'accordo che l'esame è più completo, però entrano in ballotanti fattori che con l'Aikido hanno poco a che vedere, tipo paura, emozione ed isteria. Anche se in fondo fallire, che so, gli esami di maturità o di assunzione è un fatto ben più tremendo.
  • HOSOKAWA - Mi fate sempre ripetere: se un esame è veramente importante per un uomo, non si cerchino altri giudici; si sia forti abbastanza da formulare da soli il giudizio. Mi spiego: se io mi laureo in informatica, ma ottengo la promozione ingiustamente, per errore dell'esaminatore  quante volte diciamo: «Io ci provo» , il danno sarà solo mio. Perché quando una grande azienda internazionale mi assumerà, e sarò messo alla prova dei fatti, non potrò più ingannare nessuno e verrò licenziato. Insomma l'esame non è mai perfetto; se mi posso esprimere con un'immagine, serve solo a rendere più leggero il passo a chi cammina già da sé. In Giappone nessuno avanza oltre 1'8° dan. Non avrebbe senso e vi assicuro che non gliene importa assolutamente niente a nessuno. Per noi invece è fonte di meraviglia e ammirazione immediata: «Quello è 8° dan!». Non è detto che un 9° dan sia meglio di un 8: ascoltiamoli, conosciamoli, anche fuori dal tatami, e poi decidiamo.
  • SIMONE  - A volte Maestro, mentre la vedo far lezione, mi prende la curiosità di sapere com'era lei quand'era principiante. Si, le sue esperienze, i motivi della scelta di questa attività: come si è avvicinato all'Aikido?
  • HOSOKAWA - La prima volta che vidi 1'Aikido fu ad una dimostrazione di Kobudo. Per l'Aikido c'era il M°Tanaka di Osaka. La mia impressione fu quella che di solito provano gli spettatori dei nostri Embukai: «È tutto falso!». Niente di che quindi. Inoltre i miei interessi erano già indirizzati sul Kenjutsu e sullo laido  li praticava mio nonno ; quella sera l'esibizione del Maestro di lai fu molto bella; fu eretto al centro della piattaforma un lungo fascio di paglia. Il Maestro, urlando, calò un veloce fendente; la spada attraversò la paglia e giunse in basso, vicino a terra. La paglia rimase per alcuni secondi immobile, come se nulla l'avesse turbata; solo dopo un po' cadde. Fu una esecuzione perfetta. Ah! sapete quando seppi per la prima volta dell'esistenza dell'Aikido? Avevo quindici anni e trovai una specie di fumetto sulla vita di O Sensei; lo aveva pubblicato un maresciallo quando Ueshiba era militare. Mi ricordo che vi si vedeva O Sensei sollevare un uomo con un dito... Ne rimasi profondamente impressionato! O Sensei poi lo ammirai in azione l'anno successivo alla dimostrazione di Kobudo.
  • SIMONE - Ed era come nel fumetto?
  • HOSOKAWA - Eh! Eh! Eh! Veramente, no!
  • SIMONE - Il suo primo giorno di lezione fu con il M°Tada all'Hombu Dojo. Almeno allora l'Aikido le piacque?
  • HOSOKAWA - Giudicate voi: durante la prima lezione il M°Tada mi fece fare tenkan per due ore. Solo questo. E andò avanti così per una settimana, credevo che lui non si ricordasse neppure della mia esistenza. Poi finalmente venne e mi chiese: «Ti sei annoiato? Va bene, cambia pure con questo». E per farmi divertire, come disse lui, mi lasciò altrettanto tempo a fare kaiten. Capito? Neppure irimi tenkan! All'Honbu Dojo a quei tempi l'irimitenkan non esisteva; O Sensei in verità non ne ha mai parlato.
  • SIMONE - Ma il principiante giapponese assomiglia a quello italiano? Stessa posa da burattino, quindi?
  • HOSOKAWA - Certo, è proprio identico. In Giappone, però, chi vuole fare Arti Marziali e si appresta ad iniziare, ha una più vasta possibilità di scelta: Karate, Shorinji Kempo, Aikido, Kyudo, Kendo, ecc. Di solito si intraprende la disciplina praticata più vicino a casa. È una scelta dettata quasi sempre da fattori pratici, dalla comodità insomma. Sono pochi quelli che scelgono per pura passione.
  • SIMONE - Quando lei è venuto in Italia, il M° Tada le aveva spiegato qualcosa? Cosa si aspettava di trovare?
  • HOSOKAWA - Mai detto niente! Io...
  • Un fragore metallico interrompe la risposta. E la serranda che scende, e Luigi arriva con il conto. Fa niente, ormai il ghiaccio è rotto. Le nostre chiacchiere le riprenderemo nella prossima trattoria.

Simone CHIERCHINI